James Douglas Morrison
"Egli
va a vedere la ragazza del ghetto
scure strade selvagge
Una baracca illuminata da una candela
Lei
è una maga
Profeta femminile
Fattucchiera
Vestita all'antica
Tutta agghindata
Le
stelle
La luna
Lei legge il futuro nella tua mano"
Da
giorni me ne sto qui a scrivere e scrivere fiumi di parole per dare un senso
alla moltitudine di immagini che il nome di questo artista mi provoca ogni
qualvolta mentalmente lo nomino..
Non
pensiamo spesso a ciò che una parola scatena nella nostra mente, o almeno io
non mi soffermo spesso a farlo, ma una semplice combinazione di sillabe, vocali
e consonanti, può portarci al sorriso estatico o alla disperazione più cupa in
un battito di ciglia.
Le
nostre percezioni fanno si che a questa cosa, a quella persona, a quell'altro
oggetto, noi associamo un'infinità di altre cose, persone ed oggetti.
Sto
divagando ma avevo bisogno di far capire, a chiunque abbia voglia di leggermi,
che questo scritto nasce dal cuore e non vuole assolutamente essere una
noiosissima sequela di date, nomi, titoli, luoghi.. Questo vuol essere un
" a tu per tu" sussurrato, come si farebbe di notte ad occhi
spalancati mentre si parla senza troppi preconcetti con qualcuno a cui si
tiene, sottovoce, mostrando l'anima spogliata di ogni infrastruttura.
Quello
che mi ripropongo è un viaggio personale e mentale sulle emozioni che la
persona prima ed il cantante e poeta poi, Jim Morrison, hanno indotto e
prodotto nella sottoscritta.
Perché
ciò che è indubbio è che ogni persona si
appassioni e viva ogni cosa in modo personale e assolutamente diverso..
Per
questa ragione ho chiesto ad una persona che reputo dotata di una sensibilità
fuori dal comune di esprimere di getto
un suo pensiero su Jim Morrison.
Lo
ha fatto in modo esemplare donandoci una poesia che racchiude in se ogni tutta
la poesia, la passione, la destrutturata melodia di Re Lucertola.
“La voce
selvaggia
senza schemi,
senza strategie,
ti entra nelle
ossa e le scuote dal midollo.
La voce profonda
sporca di
passione,
ti attraversa
l'anima
lasciando segni
rossi al suo passaggio.
La voce del
dolore
di una bellezza
maledetta,
di una rabbia
che non trova pace,
di un cuore che
si rivolta contro se stesso.
La voce di un
angelo acido che ci ha insegnato a volare.”
Claudio
Questi
versi di Claudio, straordinario come
l’uomo che li ha composti, danno appieno senso a ciò che vorrei trasmettere al
lettore, Morrison può essere stato amato o meno ma il suo passaggio non può
rimanere invisibile, non può cadere nell’abusato baratro di canzoni ascoltate e
dimenticate, Morrison è uomo, prima di un fenomeno consumistico ad uso e
consumo dei suoi posteri, lui è stato James…
Il
primo ricordo che associo a Morrison è un poster, una gigantografia di una
delle sue più belle foto, appeso nella camera di mia cugina.
Ero una bimbetta ma lo stesso mi sentivo
particolarmente attratta dal suo sguardo e avrò forse avuto 12 anni quando
orgogliosa di ciò che stavo per fare chiesi in prestito a mia cugina un suo
libro: "i Signori, Le nuove creature".
Iniziai
a leggere il primo libro di Jim la sera stessa e quel suo modo, per me a quel
tempo, stranissimo di comporre poesie mi rapì ancor più della sua musica che
già conoscevo piuttosto bene.
Inutile
dire che me ne innamorai fin dalla prima pagina, e terminato il libro nacque
istintivamente in me il bisogno di capire l’uomo, non tanto l’artista, il
musicista o il poeta, ma l’uomo, che James Douglas Morrison era stato.
Perché
l’icona rock degli anni ’70 morta in maniera tanto tragica mi calamitasse con
tanta insistenza l’ho scoperto solo dopo una lunga ricerca nei meandri delle
mie percezioni, nel mio intimo, nel sentito, voluto e cercato.
Identificazione,
inizialmente fu così.
Mi
rivedevo in parte in quel ragazzo, avevo letto la sua storia, sapevo come e
perché era diventato il mito Jim Morrison, come la sua vita fosse stata un
concatenamento di eventi e la sua anima inquieta mi sembrava comprensibile e
per certi versi simile alla mia.
Osservavo
quel ragazzo dai lineamenti tanto angelici quanto sofferti quando nei suoi
concerti lasciava il conscio per dar sfogo alla sua voce interiore ed il suo
viso diventava una maschera, i suoi occhi perdevano espressione e vacui
osservavano e vedevano altri luoghi, altre persone, sempre in perfetto
sincronismo con le atmosfere che la band suonava pigiando sui tasti o
martellando magistralmente la batteria.
Come
lui stesso ammise più volte i Doors iniziavano un pezzo, anche piuttosto
semplice e nel bel mezzo di… lasciavano libero sfogo a se stessi e tutti
prendevano ad improvvisare e ne nasceva poesia cantata, poesia sofferta e
sentita.
Dell’uomo
Jim ho sempre amato il lato melanconico, incompleto, triste, il voler capire,
comprendere e cercare, ho amato le cose che lo affascinavano perché in certa
misura sono le stesse che hanno sempre affascinato anche me.
Jim
è per me lo Sciamano, lui che tanto aveva letto e si era documentato
sull’estasi sciamanica apprezzava nei sciamani veri il non avere un ruolo o un’età scontata, il
non dover per forza di cose ricoprire un ruolo destinatogli da altri.
A
loro Jim invidiava la capacità di vedere, la capacità di trasportare
nell’istante stesso in cui si facevano trasportare dalla loro gente, in
quel momento necessario ed
indispensabile per vedere prima e per raccontare ciò che hanno visto poi.
Ed
è un po quello che Jim faceva nei suoi concerti quando incitava, aizzava,
abbracciava idealmente, e non solo, le folle, non tanto per il gusto di essere
celebrato come la star indiscussa del rock quanto perché bisognoso di
quell’esperienza per raggiungere una comunione dei sensi.
Lui
incapace di alzarsi e leggere i suoi scritti dinnanzi ad una platea silenziosa
diventava davvero l’angelo dionisiaco capace di tutto quando davanti ad un
microfono e con la band alle spalle intonava la prima nota dei suoi concerti.
Le
sue canzoni null’altro erano che la sua poesia musicata.
Cantare
lo rendeva sicuro, invincibile, protetto.
Poetare
invece era un istinto inalienabile, un bisogno intimo, liberatorio ed al
contempo di affannosa ricerca di se, del mondo, dei meccanismi umani, politici
e sociali.
Pochi
sanno che mai sarebbe diventato la star dei Doors se da ragazzo non si fosse a
lungo rifugiato nei libri, nei grandi classici.
Il
nome The Doors fu ispirato proprio da un verso di una poesia di William Blake:
« Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe agli
uomini come realmente è: infinita. », verso ripreso a sua volta da Aldous
Hoxley nel suo trattato sugli effetti
della mescalina intitolato: “Le porte della percezione”.
Percezione,
capacità di percepire, è esattamente questo che identificava James, e di questo
lui ne faceva la sua dottrina.
Ciò
che va detto è che ognuno di noi percepisce il mondo interno ed esterno in modi
e maniere diverse, pochi, pochissimi, sanno trarne davvero frutto, anche se ad
un osservatore disattento la loro percezione resta per lo più incomprensibile..
Per
questo preferisco che parlino parole sentite e venute di getto da una penna che
reputo percettiva come poche altre...
Un
ultimo appunto il saper percepire è fondamentale quasi quanto saper poi
condividere le proprie percezioni con altri..
“Oddio, che paura! Temo di aver scoperto qualche cosa che in me
non va, che non funziona come dovrebbe funzionare.
Che qualche cosa non funzionasse nel modo giusto a dire la
verità, lo ho sempre sospettato, ma credevo di essere solo un po' strana e non
gli ho mai attribuito un gran peso.
Ma qui non si tratta più di alcune mie peculiarità, ma proprio
di un mal funzionamento biologico.
Mi è venuto l'atroce dubbio che il mio apporto di glucosio al
cervello non sia adeguato, non sia sufficiente.
E ora cosa faccio?
Chiamo il mio medico e gli racconto il mio sospetto e perchè lo
sospetto?
Così invece che prescrivermi qualche esame, mi consiglierà di
sicuro una visita psicologica, che non mi farebbe male, intendiamoci, ma di
sicuro non servirà a sfatare le mie paure.
Da quel che ricordo Guenda è nata così, con una poca propensione
a dedicarsi delle cose oggettive del mondo, poco interesse ad occuparsi della
propia sopravvivenza e in ultima analisi anche dei rapporti con gli altri,
mentre poteva incantarsi per ore ad osservare una luce o uno scintillio che
aveva catturato la sua attenzione.
Il mondo di Guenda-bambina non è mai stato un mondo fisico, non
un luogo, per lo meno, ma una specie di viaggio dove le “cose” si accendevano
di luce propia, e brillavano e si manifestavano nella loro essenza più pura.
Nulla ha mai preteso, però, di diventare qualche cosa di diverso da sè o di
trascendere e prescindere dal loro esistere in quel luogo o quello spazio. Un
bicchiere restava un bicchiere, una foglia, una semplice foglia... un suono, un
suono.
Ma il bicchiere, la foglia e il suono mostravano tutta la
potenza del loro essere assoluti.
L'infinito racchiuso nel finito.
Come se il mondo platoniano delle idee avesse abbandonato la
regione assegnatagli e avesse permeato il mondo, e la stessa caducità del
mondo, rafforzasse il concetto dell'”idea”.
Mio dio, quanta bellezza racchiudono le “cose”!
Così tanta che gli occhi fanno fatica a staccarsi, così tanta
che si può arrivare a credere che non vi sia altro di più meraviglioso che star
li ad osservare all'infinito.
Che il glucosio nel nostro cervello stia lì ad impedire che si
impazzisca?
Che sia la nostra sentinella che trattiene l'anima fulgida
dell'universo dal manifestarsi ed esplicarsi, semplicemente distraendo i nostri
sensi? Semplicemente facendo si che il nostro interesse sia volto, appunto, ai
problemi della sopravvivenza occludendo in qualche maniera i processi chimici
del nostro pensare predisposti all'estasi?
L'osservare il mondo dentro al mondo non è un pensiero
stravagante, almeno per alcuni...
I loro occhi vedono, le loro dita affondano la compattezza delle
superfici andando a confondersi con le complicatissime architetture molecolari
che costituiscono l'esistere, abbattendo i limiti segnati dai sensi, o forse,
molto più semplicemente, riuscendo a spostare appena un po' i piedi da quella
linea di terra e lo sguardo da quella d'orizzonte con cui i più sono abituati a
pensare la prospettiva delle cose.
Non deve essere tanto difficile se Guenda-bambina sa farlo, se
Guenda-donna continua ad indugiare in tali ammalianti visioni. Forse l'unica
difficoltà è solo il saper tornare...”
un
ringraziamento particolare ad Aldous Huxley
e al suo: “
Le porte della percezione”,
per questo mio farneticare.
Guenda"
Percezioni,
infinite, bene inalienabile del nostro vivere. Lo erano sicuramente per
Morrison, scrivere e riversare ogni complessa o frastagliata sensazione.
Scrivere
come medianazione, ciò che il suo essere percepiva veniva riversato in centinaia
e centinaia di taccuini nei quali scriveva senza posa, preso dall’impulso
irrefrenabile di dar libero sfogo alle sensazioni.
Lo
fece fino all’ultimo, fino a quando decise di dar fine alla sua vita da rock
star idolatrata, amata, sostenuta e preferì seguire l’amata fidanzata Pamela a
Parigi…pochi mesi dopo aver raggiunto la capitale francese Jim trovò la
morte..aveva appena 27 anni.
Ma
Jim ha lasciato, oltre ai mille dubbi che aleggiano sulla sua morte, molto
altro: la sua poesia e la sua musica, il suo essere uomo.
Jim
Morrison era innanzitutto un uomo con un passato e un trascorso di vita che ha
dato indubbiamente origine ha molti percorsi che per sua scelta decise di
seguire.
Non
voglio entrare in merito a questioni
etiche o morali per il semplice fatto che voglio solo guardare quest’uomo come
se mi fosse concesso farlo attraverso un vetro appannato o fumoso.
Non
mi interessa sapere se è stato giusto o meno abusare di alcool o droghe, voglio
immaginare Jim intento a raggiungere lo stato di incoscienza-coscienza
medianica che gli sciamani si inducevano con il peyote e varcare il limite,
ravvedendosi nello stesso istante del fatto compiuto.
Voglio
immaginarlo ancora preso dalla sua scrittura, frenetico, con foglio intonsi
mescolati ad altri scritti fittamente a mano che gli uscivano sistematicamente
da ogni tasca…
Questo
è l’uomo che voglio ricordare, un poeta per molti maledetto, attratto com’era
dagli eccessi, dal superare costantemente i limiti, i propri limiti in primis,
ma pur sempre un uomo. James appunto.
Voglio
ricordarlo con una delle sue poesie che svela, al pari di altre, la sua natura
e che è tra le mie più care:
Nella seduta spiritica lo
sciamano conduceva.
Un panico voluttuoso, deliberatamente evocato attraverso
droghe, canti, danze, sospinge lo sciamano nella trance.
Voce mutata, movimenti
convulsi.
Egli agisce come un ossesso.
Questi isterici professionali, scelti
proprio per le loro tendenze psicotiche, erano un tempo tenuti in gran conto.
Essi mediavano tra l’uomo
ed il mondo degli spiriti.
I loro viaggi mentali
formavano il punto cruciale della vita religiosa della tribù.
Un particolare ringraziamento a Claudio e Guenda per aver voluto condividere quest'esperienza, per me bellissima, con me. Reb.