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sabato 25 gennaio 2014

LA NOTTE DI BARNABA




Il carretto sobbalzava sul sentiero sassoso, nonostante gli incitamenti la mula se la prendeva comoda. Era notte e Barnaba non aveva alcuna voglia di passarla interamente su quello scomodo carretto per colpa di quella bestiaccia. Continuava a tirare nerbate sul dorso della mula, ad incitarla con la voce, ma lei, placidamente teneva la stessa andatura. Barnaba era esasperato, fra non molto sarebbero giunti all’altezza del cimitero ed avrebbe preferito fare quel tratto veloce come un fulmine. Oltrepassarono la curva e sulla collinetta antistante spiccò, illuminato dai raggi di una lugubre luna giallastra, il cimitero. Barnaba si fece il segno della croce e subissò la mula di nerbate. All’inizio, e con suo grande sollievo, la bestia aumentò l’andatura, ma poi, quando fu sotto al cimitero si fermò di colpo. Barnaba imprecò tra i denti. Scese dal carretto ed intese tirare la mula per le briglie, ma questa non ne voleva sapere. Si guardò attorno. Il silenzio era totale, irreale, angosciante e Barnaba ebbe la sgradevole sensazione di non essere solo. Con gli amici dell’osteria, giù al paese, si vantava di essere coraggioso, ed in effetti lo era davvero, lo aveva dimostrato varie volte, ma quando si trattava di morti e di cimiteri nel cuore della notte era tutta un’altra cosa, il suo coraggio svaniva come il fumo con il vento. Nessuno lo avrebbe convinto a restare lì un minuto di più. Stavolta però sembrava che la mula volesse mettere il suo coraggio a dura prova, visto che non aveva alcuna intenzione di muoversi da dove era, anzi si era messa a brucare tranquillamente l’erba sul ciglio della strada.
Barnaba stava sudano freddo, non si era mai sentito così attanagliato dalla disperazione. Alzò la testa e con sguardo timoroso sbirciò verso il camposanto. Quel silenzio assoluto era quasi tangibile, se lo sentiva appiccicato addosso come i vestiti nelle giornate afose e questo gli dava disgusto. Cercò di farsi coraggio, si disse che tutte le storie che si sentivano sui cimiteri e sui morti erano frottole per spaventare i bambini ed i creduloni, che non erano vere, che chi è morto è morto e non può far più nulla. Ma più se lo diceva più quelle storie terribili e raccapriccianti gli tornavano in mente. Davanti ai suoi occhi comparivano immagini orribili e minacciose che affioravano dai ricordi di quei racconti che si era bevuto da piccolo, sentiva che il panico si stava impossessando di lui. Guardò di nuovo la mula, ma questa sembrava stare proprio bene dov’era, allora, guidato da una forza maligna, si voltò nuovamente verso il cimitero e fu allora che lo vide.
Non svenne, nemmeno lui seppe perché, ma le gambe gli diventarono di gelatina ed iniziò a tremare come una foglia al vento. Il rumore dei suoi denti che sbattevano l’uno contro l’altro gli sembrò assordante. Era là, accanto ad una tomba, in piedi, avvolto da un mantello nero che la lieve brezza che si era alzata, faceva muovere con esasperante lentezza. La stessa brezza che portò alle narici di Barnaba un insopportabile odore di morte. Barnaba continuava a tremare, ma non riusciva a staccare gli occhi da quella inquietante figura. Gli tornarono alla mente cento racconti orribili ed una frase lo colpì particolarmente rimanendogli scolpita in mente come su una lapide: “ovunque ci sarà odore di morte li troverai in attesa di un pasto”. Barnaba deglutì, non c’erano dubbi quella figura sinistra doveva essere un “mangiatore di cadaveri” uno dei tanti servitori della Nera Signora. Si ricordò, infatti, che proprio quella mattina era stato sepolto un giovane del villaggio che era affogato nel fiume. All’improvviso la figura si mosse ed avanzò verso di lui con passo lento ma deciso. Le gambe di Barnaba adesso erano come fuse con la terra, impossibile muoverle, come impossibile era muovere ogni altro muscolo del suo corpo. Aveva così tanta paura da non riuscire nemmeno ad aprire e chiudere gli occhi, li teneva spalancati esattamente come un morto e la sua bocca era rimasta aperta come se la mascella si fosse staccata. La figura uscì dal recinto del cimitero e silenziosa come un ombra si avvicinò al carretto. Barnaba ne scorse il volto e fu davvero troppo, lanciò un urlo e svenne.




Quando riaprì gli occhi un volto un po’ cupo ma sinceramente preoccupato, lo stava guardando ed una mano forte gli stava tastando il polso. Si alzò sui gomiti e squadrò la figura china su di lui. Era un uomo, non vi era dubbio, anche se la sua carnagione piuttosto pallida lo faceva sembrare davvero uno spettro, ed il suo sorriso sembrava un ghigno diabolico.
- Il mangiatore di cadaveri!!!! – gridò Barnaba schizzando in piedi.
- Il che?!! – domandò l’uomo sconcertato.
La sua voce era calda e profonda ed in certo modo rassicurò Barnaba che, ancora in preda al panico, aggiunse - … il mantello, la tomba .. il cadavere … - L’uomo sorrise ancora, ma stavolta il suo sorriso fu gentile, quasi di scusa
- Devo averla spaventata a morte e me ne dolgo sinceramente, ma quando l’ho vista ero troppo contento per pensare che la mia presenza a quest’ora in un cimitero potesse apparire alquanto macabra e spaventosa – fece un lieve inchino - .. lasciate che mi presenti, sono il Dottor Curiel, Daniel Curiel e detengo una cattedra all’università di medicina a Parigi, e questo, in un certo senso spiega la mia presenza qui stanotte – Barnaba lo guardò incredulo
- Dottore?!! – ripeté balbettando – Io … Io ho creduto a tutte quelle storie … Mi vergogno .. sono pure svenuto! .. Vi prego non raccontatelo a nessuno ne andrebbe della mia reputazione! –
Il dottore sorrise benevolo
- Facciamo un patto, io non dirò nulla a nessuno della vostra brutta figura se voi mi aiuterete nel lavoro che ero venuto a fare – si fermò – di solito mi aiuta la mia vecchia assistente una donna capace e affidabile, ma in questo viaggio non mi ha potuto accompagnare, quindi ... - lo guardò dritto negli occhi esercitando tutto il suo carisma - .. Che fate allora, ci state? –
Barnaba pensò agli amici dell’osteria, pensò alla sua reputazione in frantumi, a quello che sarebbe diventato se la storia si fosse saputa in giro e decise che accettare di aiutare quello strano individuo, di certo sarebbe stato il male minore.
- Accetto .. – disse con voce decisa - … di che lavoro si tratta? – chiese poi non senza una certa preoccupazione.
- Vedete – disse il dottore guidandolo verso il cancello del cimitero - .. il mio compito è di curare i vivi perché non divengano morti prima del tempo, per far questo nel migliore dei modi ho bisogno di studiare a fondo il corpo umano di fare esperimenti, quello che mi serve è una cavia che non si lamenti quando dovrò aprirla, sezionarla, cucirla … insomma, chi meglio di un cadavere fresco può servire a questo scopo? –
Barnaba rimase allibito, stupefatto e nauseato
- Volete dire che dovremo disseppellire un cadavere e portarlo via?!!! –
- Esatto! – rispose il dottore porgendogli una vanga - .. Lo so cosa state per dirmi .. Che è un sacrilegio, che è contro l’umana decenza e che la notte i morti che ho profanato verranno a tirarmi le lenzuola e che i mie sogni saranno popolati da incubi e rimorsi. Beh! .. In coscienza posso dirvi che non è il primo cadavere che disseppellisco e che di tutto ciò non mi è mai capitato nulla – sorrise mellifluo - … E poi ricordatevi che abbiamo appena stretto un patto -
Barnaba afferrò la vanga che il dottore gli stava porgendo ma non si diede per vinto.
- Mi sento come uno sciacallo, un profanatore di tombe, lo so i miei sogni saranno popolati da incubi spaventosi e … -
Il dottore lo interruppe
- Lo saranno ugualmente se raccontassi in paese del vostro scarso coraggio, sarebbero incubi di diversa natura, ma non vi farebbero dormire ugualmente. Allora vi volete decidere a darci dentro con quella vanga? –
Barnaba cominciò quel disgustoso lavoro. La tomba era quella di Marcel, il giovane affogato, e sepolto quella mattina. Fu un lavoro piuttosto pesante ma alla fine la vanga toccò il legno con un suono sinistro che fece rabbrividire il povero Barnaba. Sulla sua fronte non c’era nemmeno una goccia di sudore, la paura ed il disgusto glielo avevano ghiacciato sul corpo e adesso quel freddo maledetto gli era entrato nelle ossa così come il puzzo nella morte gli era entrato nel naso. Con mosse rapide e sicure, a dimostrazione di una lunga esperienza, il dottore scoperchiò la bara, ed il volto gonfio e tumefatto del giovane Marcel fu crudamente illuminato dalla luce lunare. Per Barnaba fu davvero troppo, s’inginocchiò e dette di stomaco. Il dottore ammirò la sua nuova cavia poi bonariamente disse
- In effetti non è un bello spettacolo .. Ma voi di pelo sullo stomaco non ne avete nemmeno un po’! .. Avanti aiutatemi a tirarlo fuori –
Ma Barnaba era troppo preso con il suo stomaco per dare retta al dottore, stava così male che credette di aver rimesso anche le budella. Solo dopo un po’ di tempo riuscì a riprendere in parte il controllo del proprio corpo e quando si girò la bara era già stata richiusa e poco più in là, un grosso telo bianco, nascondeva il corpo gonfio del giovane.
- Su avanti!! .. ricoprite la fossa – l’apostrofò il dottore in modo sbrigativo.
Pur di non pensare a ciò che aveva appena fatto, Barnaba si mise di buona lena a riempire la fossa ed in breve del loro gesto folle non rimase traccia alcuna. Il dottore era un vero specialista sembrava infatti che nessuno avesse toccato quella tomba, quella considerazione, però, non sollevò Barnaba dai sensi di colpa. Sollevarono il corpo e si avviarono verso il carretto, lo deposero a terra e si guardarono in faccia. Barnaba si sentiva pieno di rabbia e non sapendo come sfogarla non trovò di meglio che prendersela con la mula. La guardò con odio e le sferrò una pedata, la bestia ragliò ma non si mosse più di tanto.
- Perché prendersela con lei, povera bestia – disse il dottore carezzandole il muso - .. Se non fosse stato per lei non vi sareste mai fermato e non mi avreste dato una mano … -
- Appunto!! – lo interruppe asciutto Barnaba - … Avrei preferito cento volte che non si fosse fermata!!! – Il dottore non gli badò e con molta tranquillità mise il cadavere sul carretto e con disinvoltura salì a cassetta. Barnaba lo guardò stralunato, poi divenne furioso
- Ma dove credete di andare con quel disgraziato fardello sul mio carretto?!! .. Scendete immediatamente!!!
Il dottore lo guardò sorridendo
- Suvvia!! .. Avete fatto trenta, potete fare trentuno … Non vorrete mica che me ne torni a casa a piedi con il nostro amico in spalla? – e così dicendo indicò il cadavere avvolto nel telo bianco
- Nostro amico?!! – sbottò Barnaba - … Sarà amico vostro!! .. –
Poi si zittì, non era certo quello il momento di mettersi a battibecco con il dottore. L’unica cosa che voleva veramente era che tutta quella assurda vicenda volgesse al termine il prima possibile.
- .. E va bene .. – disse salendo a cassetta - … vi accompagnerò a casa, dopodiché ognuno per la sua strada. Non ci siamo mai visti, io non so nemmeno che voi esistete. Né voi né i vostri cadaveri… - guardò la mula con disappunto - … C’è solo un problema, questa bestiaccia non ne vorrà sapere di muoversi e … -


Il dottore fece un cenno con la mano come a dire di stare tranquillo, Barnaba si strinse nelle spalle e ridacchiò tra se pensando con quale delle sue medicine quel “ruba-cadaveri” contava di far muovere l’animale. Fece schioccare le redini senza molta convinzione ma con suo grande stupore la mula si mosse ed iniziò a trottare di buona lena; guardò prima l’animale e poi il dottore ma questi fissava con occhio assente il buio della notte. Barnaba si strinse di nuovo nelle spalle, nessuno dei due sembrava volergli dare una spiegazione e lui si rassegnò, contento solo di essersi lasciato alle spalle quel posto così macabro. Il viaggio verso la casa del dottore non fu lungo, ma si svolse nel più assoluto silenzio, solo quando il carretto si fermò davanti al cancelletto di legno della villetta l’uomo parlò
- Vi ringrazio per il vostro prezioso quanto inaspettato aiuto. Posso offrirvi qualcosa da bere? –
Barnaba scosse decisamente la testa e senza dire nulla spronò la mula. Si era già allontanato quando la voce del dottore lo raggiunse
- E’ stato un piacere conoscervi ci rivedremo presto!!! –
Per tutta risposta Barnaba tirò dritto toccando ferro con le dita.
Non fu una buona notte per il povero Barnaba. Non riuscì a chiudere occhio perseguitato dalla faccia gonfia del giovane Marcel e quando riusciva ad a appisolarsi terribili incubi popolavano il suo breve sonno costringendolo a destarsi. Il mattino dopo era un vero straccio. Aveva una faccia pallida e stravolta, due occhiaie nere e profonde da far paura ed una stanchezza che non gli permetteva di reggersi in piedi. Si guardò allo specchio con orrore e decise che la cura migliore fosse quella di bersi un goccetto e fu così che cominciò con un bicchierino arrivando in meno di due ore al fondo di quella che sarebbe stata la prima bottiglia della giornata. In paese nessuno lo vide per tutto il giorno. Barnaba, infatti, completamente ubriaco girava per la campagna continuando a scolarsi bottiglie di vino. Fu così che, completamente brillo, mentre ammirava disgustato l’acqua del fiume, mise un piede in fallo e vi cadde dentro a faccia in giù. Non trascorse nemmeno un minuto che uno dei suoi amici, passando di lì per caso, lo scorse e si precipitò a tirarlo fuori. Fece di tutto per rianimarlo ma Barnaba sembrava non dare più segni di vita. L’amico lo trascinò in paese, dove il vecchio medico diagnosticò la sua morte per annegamento. Fu così che, nel giro di poco più di ventiquattro ore il paese si mise di nuovo in lutto. Qualcuno disse che una maledizione era scesa sul villaggio e molti gli credettero.
Barnaba fece il suo ultimo viaggio verso quella collinetta che la notte prima aveva popolato i suoi incubi, accompagnato dal cordoglio di tutto il paese. Tutti lo conoscevano e gli erano affezionati, aveva sempre aiutato tutti e fatto favori a chiunque glielo chiedesse, e forse ad una persona di troppo. Il suo unico difetto, tutti lo sapevano, era il suo incrollabile orgoglio, che alla fine lo aveva portato alla morte.
Fu tumulato accanto alla tomba di Marcel, la stessa morte li accumunava, era giusto stessero vicino.
Era ormai notte fonda, sul cimitero immerso nel buio e nel silenzio una lieve brezza accarezzava i bossi e le croci senza riuscire a far piegare gli alti ed austeri cipressi. Le lapidi, sotto la luce della luna, sembravano tanti soldati impettiti, un piccolo esercito silenzioso.
Barnaba non era in grado di dire quanto tempo fosse passato da quando era caduto nel fiume, una cosa però era certa, doveva ancora essere ubriaco, perché il suo sogno era uno dei peggiori che avesse mai fatto: sepolto vivo dentro una bara sotto due metri di terra. Sicuramente era anche il più reale che avesse mai fatto perché il legno di quella maledetta cassa era incredibilmente duro e l’odore di terra incredibilmente forte. Decise di svegliarsi. Scosse la testa e si pizzicò una mano, riaprì gli occhi pronto a respirare a pieni polmoni. Non successe. Le pareti della bara non erano svanite e l’aria era poca ed irrespirabile. Non aveva sognato, non stava sognando e soprattutto non era ubriaco. Qualcuno lo aveva davvero sepolto vivo. L’orrore che provò fu indicibile, era come star seduti in salotto con la morte che ti offriva il tè. La consapevolezza che di li a poco sarebbe realmente morto, e di una morte orrenda, lo fece impazzire. Iniziò a gridare ed agitarsi ottenendo solo di consumare più rapidamente la poca aria ancora a disposizione. Il legno scricchiolava sotto i suoi calci e sembrava ridere di lui. Non riusciva a rassegnarsi, non poteva morire così stupidamente, lui era vivo, voleva vivere. Tempestò il coperchio di pugni ma senza ottenere nulla. L’aria era ormai del tutto irrespirabile ed un principio di soffocamento lo prese alla gola. Spalancò la bocca e strabuzzò gli occhi. Di tutte le morti gli era capitata la più orribile. Iniziò a piangere mentre un vago senso di leggerezza lo stava cogliendo come una vertigine, gli sembrava che il suo corpo non pesasse più nulla, che quasi fluttuasse, poi udì un forte scossone, poi un altro, sentì lo scricchiolio del legno che si spezzava e finalmente i suoi occhi dilatati rividero la luna. Schizzò a sedere nella bara come una molla e con la bocca spalancata cercò di respirare tutta l’aria possibile. I polmoni e la gola gli bruciavano e la testa gli girava, ma era fuori, era vivo. Accanto alla bara scoperchiata, seduto per terra ed ancora scioccato, se ne stava il dottor Curiel. Non era certo questo che si era aspettato di trovare aprendo la sua ennesima bara. La sua sorpresa era stata doppia. Primo nello scoprire che il suo nuovo morto non era affatto morto e secondo perchè il supposto cadavere era da lui ben conosciuto. Non gridò, sarebbe stato del tutto normale in fondo, la sorpresa e la paura erano state così grandi da avergli tolto l’uso della parola. Si limitò a rimanere seduto a terra, sapeva che le gambe non lo avrebbero sorretto. Entrambi attesero il tempo necessario per riprendersi poi si scambiarono un’eloquente occhiata.


- Voi?!! … Ma .. Ma com’è possibile? – balbettò il dottore indicando il redivivo.
- Già!! .. – fece eco lui ancora incredulo di essere tornato nel mondo dei vivi – Proprio io!!! –
- … Ma come diavolo? .. – attaccò il dottore ancora con il cuore in gola.
Ma Barnaba scosse la testa. Non lo sapeva e non voleva saperlo, l’unica cosa che adesso gli importava era che tutto fosse finito e che potesse ancora respirare, fosse anche l’aria fetida del cimitero. Uscì barcollando dalla bara e la guardò con ribrezzo e orrore, poi guardò il dottore, che ancora abbastanza frastornato, si stava spolverando il mantello.
- Mi aiuti a rimettere tutto come stava –
disse deciso e rimboccandosi le maniche del suo abito della domenica
- Ma come? – domandò Curiel - .. Non volete far sapere a tutto il paese che siete ancora vivo? –
- No! – rispose Barnaba mentre gettava grandi badilate di terra sul coperchio della bara – .. Me ne andrò da questo stupido villaggio dove il medico non sa distinguere un morto da un vivo .. Mi domando quanti poveri disgraziati avrà fatto seppellire vivi .. – Lo guardò deciso - .. Diventerò il vostro fedele assistente, la vecchia signora avrà bisogno di riposarsi dopo tanti anni di onorato servizio non crede? .. Dividerò con lei fama e ricchezza .. –
Il dottore lo guardò stupito mentre con forza rimetteva la croce di legno al suo posto dandovi sopra vigorose botte con la pala
- Cosa vi fa pensare che vi voglia come mio assistente? –
- Niente – disse Barnaba guardando soddisfatto il suo lavoro - .. Ma suppongo che non vorrete si sappia in giro che il più famoso medico di Parigi deve la sua più che meritata fama al furto sacrilego di cadaveri dai vari cimiteri di provincia –
Curiel lo guardò, poi scoppiò a ridere
- E’ vero – disse - che figura ci farei? –
Si strinsero la mano e si avviarono verso l’uscita del cimitero.
- Dovremo farcela a piedi – disse Barnaba grattandosi la testa
- Non credo – rispose il dottore
Sul sentiero ai piedi del cimitero, proprio davanti al cancello, c’era la mula di Barnaba con il carretto che tranquillamente brucava l’erba sul ciglio della strada.
- E questa? –
Sbottò Barnaba , ricordandosi che la sera prima era stato così sconvolto da non pensare nemmeno a staccare la bestia dal carretto
- Non saprei proprio.. quando sono arrivato non c’era – disse il dottore - .. Comunque il viaggio da qui a Parigi è lungo, credo che ci farà comodo –
Salirono a cassetta ed al primo colpo di redini la vecchia mula iniziò a trotterellare con brio. Barnaba si voltò verso il cimitero che stava scomparendo dietro la curva e le croci illuminate dalla luna piena sembravano salutarlo come amici dopo una goliardata un po’ eccessiva. Barnaba sorrise, avevano ragione a ridere di lui, gli avevano combinato un bello scherzetto. Si rese conto che adesso la sua avversione per i cimiteri ed i morti era scomparsa, forse rimasta sepolta nella bara al posto suo. Ripensò a quello che era successo la sera prima alla strana coincidenza che l’aveva portato a conoscere il dottor Curiel. Ma era stata davvero una strana coincidenza? Lo guardò con la coda dell’occhio, forse quell’uomo era in realtà un demone? In verità non avrebbe saputo dirlo. La storia era piena di menti brillanti tacciate di stregoneria e di pratiche demoniache da persone ignoranti e piene di pregiudizi e chi era lui per dare un giudizio in tal senso? Nessuno. Era certo l’ultima ruota del carro. Da buon contadino credeva solo a ciò che vedeva ed in Curiel lui vedeva solo il suo salvatore. Adesso il lavoro di quell’originale dottore non gli pareva più tanto macabro e sconveniente, se non fosse stato per lui sarebbe morto di certo. Pensò, che grazie agli studi di uomini come Curiel, molta gente non avrebbe più fatto la fine orribile che stava per fare lui grazie all’incompetenza di un vecchio medico ignorante. Il fine giustificava i mezzi? Non lo sapeva, il suo giudizio era certo di parte, ma sentiva che stava per entrare a far parte di una cosa importante, che stava per entrare in una nuova era. L’era della medicina moderna. E lo stava facendo accompagnato da una vecchia mula che forse ne sapeva più di tutti loro messi assieme.
FINE



lunedì 13 gennaio 2014

LO SPECCHIO

  
Mie care fanciulle, voglio raccontarvi una storia alquanto strana, ma molto, molto interessante.
Dovete sapere che nel lontano regno di Morfho viveva la principessa Lara. Essa era bella, certo, ma cattiva, insensibile ed egoista, insomma la sua bellezza si fermava all’esterno, dentro di lei invece non vi era alcuna beltà. Il suo popolo non l’amava e per la buona e gentile Sapiah, la sua governante, questo era un dolore immenso. Perché, vedete, quando si ama si tende sempre a vedere il lato buone delle persone e Sapiah sapeva che nel profondo, molto profondo, anche Lara qualcosa di buono l’aveva.
Un giorno passò, per quel lontano regno, un venditore che volle dare in dono alla principessa un bellissimo specchio. Ovviamente Lara accettò solo perché lo specchio era finemente cesellato e ricco di pietre preziose e non si domandò certo il motivo di quel regalo ritenendo che a lei, in quanto principessa, fosse tutto dovuto. Ecco, la nostra storia inizia dopo che la bella e arida Lara si fu seduta per rimirarsi in quello specchio stupendo. Ciò che vedeva riflesso le piaceva molto, come tutti gli egoisti amava solo sé stessa, ed affascinata dalla propria bellezza allungò una mano per carezzare quella immagine a lei tanto cara. Fu allora che sotto lo sguardo attonito e sconvolto di Sapiah e della servitù tutta, la principessa Lara fu risucchiata dallo specchio
scomparendovi dentro.
Questa storia, mie care, è il racconto di ciò che Lara trovò al di là dello specchio, non abbiate paura, ma stringetevi forte l’una all’altra…..



Il ticchettio furioso della pioggia sul vetro accompagna un lampo che squarcia il cielo plumbeo, ed illumina un volto spaventato che si riflette in uno specchio. Il tuono scuote l’aria e fa vibrare il vetro, anche l’immagine trema, ma non è per colpa del tuono. Una mano pallida si posa sullo specchio come a cercare di nascondere quel volto. Aral non vuole vedere, ma non può farne a meno. Com’è successo? Perché adesso è in quel luogo? Stringe il pugno come a cercare di afferrare l’immagine riflessa, ma sfugge e sembra prendersi beffe di lei. Con rabbia scaraventa una bottiglietta di profumo contro lo specchio ma lui non s’infrange, mentre la preziosa boccetta finisce in mille pezzi.
La fanciulla si strappa i capelli furiosa e si volta dando le spalle allo specchio, ma la sua immagine rimane lì a fissarla.
- Voglio andarmene!!!!!!! – urla disperata - … Questo non è il mio mondo!!!! –
Un rumore lieve, un fruscio di stoffe pesanti accompagnato da un odore di fiori morti. Una donna dai lunghissimi capelli argentati la fissa.
- Quale sarebbe il tuo mondo Aral? … Sei certa di saperlo? –
La fanciulla la guarda con rancore
- Io non capisco … Perché sono qui? … Cosa volete da me? –
Si volta infastidita dall’immagine che dallo specchio sembra fissarla con scherno e la indica con mano tremante
- Io sono lei !!!!! – urla
La donna si avvicina ma sembra più fluttuare che camminare
- Certo … - mormora - … E lei sei tu … -
- Ti ripeto che questo non è il mio mondo … Rivoglio il mio mondo !!!!! –
La donna si avvicina allo specchio e sulla lucida superficie il suo volto si sostituisce a quello di Aral. Allunga una mano e questa volta la superficie diventa come liquida inghiottendo quelle lunghe dite affusolate
- E’ questo che vuoi vero? –
La principessa sgrana gli occhi portandosi le mani al petto
- Non andartene Haipas!!!! … Insegnami la tua magia!!!! –
- La magia non è altro che coscienza e conoscenza … - sospira - … E umiltà di sapersi sempre e comunque soggetti a leggi superiori … -
Ritira la mano e lo specchio torna solido e vuoto, nessuna immagine viene riflessa dalla sua lucida superficie.
- Sei nel regno di Ohfrom … E ci resterai fino a quando non avrai compiuto il tuo percorso … Solo allora lo specchio si aprirà … -
Aral stringe gli occhi, sente le lacrime bucarli ma resiste, non vuole piangere.
- Tu non sei così crudele - mormora – Perché tu sei diversa? Ed io .. Io .. –
Il volto della donna si oscura di ombre cupe che deturpano la sua crudele bellezza
- Cosa pensi che gli altri vedano in te? – risponde con voce cattiva - … Cosa credi che nasconda la superficie dello specchio? –
Aral afferra tutto ciò che trova e lo distrugge scagliandolo per la stanza
- Io voglio!!!!!! – urla imperiosa
Ma la donna di nome Haipas la colpisce al volto con uno schiaffo così forte da gettarla a terra. I suoi capelli si muovono come tentacoli, le si avvicina minacciosa
- Lei vuole!!! – sibila facendo scaturire una risata agghiacciante dalle sue labbra violacee e lucide - … Tu non vuoi capire!!! .. – continua stringendo il pugno dalle lunghe unghie dello stesso colore delle labbra - … Cosa dai tu in cambio?!! .. –
Aral striscia sul pavimento spaventata
- Io voglio…. – balbetta con voce flebile
Un tuono ancora più forte scuote l’intera stanza e Haipas la guarda con occhi fiammeggianti
- …Non sei tu la vittima cara la mia Aral, rifletti..Rifletti attentamente mentri ti guardi nello specchio… -
Di nuovo quel fruscio e quell’odore di fiori morti. Aral, adesso, è sola nella grande stanza.
Si alza toccandosi la guancia colpita, le duole, molto. Si avvicina di nuovo allo specchio e la sua immagine è ancora lì, beffarda. Presa dallo sconforto e dalla rabbia finalmente piange e si getta sul letto tempestando il cuscino di pugni. Da quanto tempo è in quel luogo? Ore, giorni, mesi? Non sa dirlo. Sa solo che non ha mai smesso di piovere e che l’unica persona che vede è Haipas con il suo volto conosciuto ma la sua indole mutata. Non c’è il sole, non ci sono suoni se non quello del temporale che sembra non voler mai cessare. Ma nel suo mondo il sole c’era? Certo, ed era anche bello, forse, se solo lei si fosse mai fermata a guardarlo. C’erano il vento, il profumo dei fiori ed il cielo azzurro … Le sembra, almeno, ma allora non le servivano, adesso invece … E c’era la gente, tanta gente, una marea di volti. Volti allegri? Forse, ma non in sua presenza, infondo a lei cosa importava della compagnia degli altri? Però, adesso, un volto amico … Cosa avrebbe dato per vederlo.
Rifletti, le aveva detto Haipas. Rifletti!! ..Come quel maledetto specchio!!!



Si alza e si siede di fronte alla sua immagine riflessa. Cosa aveva dato lei in cambio? Questa era la domanda di Haipas. In cambio di cosa? Del sole? Del cielo? Del vento? Dei fiori? Dei volti sorridenti? Cosa aveva dato Lara in cambio del miracolo della vita? Perché era Lara a fissarla da quella lucida superficie. Cosa aveva dato lei per ogni volta che aveva gridato “Voglio”? Nulla … Lei non aveva mai dato nulla. E cosa avrebbe mai potuto dare una principessa? Le principesse chiedono, pretendono, ordinano. Nel suo mondo, nel regno di Morfho, lei aveva sempre spadroneggiato, aveva sempre preteso e non le era mai importato del cielo, del sole, del profumo dei fiori e della gente china al suo passaggio. Lei era al di sopra di tutto e di tutti. Le parole di Haipas le risuonano nelle orecchie come il rombo del tuono. “La magia è coscienza e conoscenza.. La magia è umiltà”. All’improvviso le pare che nulla di ciò che aveva nel suo mondo le sia mai appartenuto veramente. Che valore può avere una gemma preziosa in confronto ad un sorriso sincero ed amichevole? Nella desolazione di quella stanza grigia si rende conto che baratterebbe tutti i suoi gioielli per una presenza amica, per un raggio di sole. La sua Sapiah, sempre pronta, sempre gentile e premurosa, l’aveva mai apprezzata al pari di un monile di sublime fattura? Adesso, in quel regno cupo dal nome oscuro ha come unica compagnia Haipas, lo stesso volto ma non lo stesso cuore. Era tutto al rovescio come se fosse stato riflesso in uno specchio. Tutto, tranne lei. Allunga di nuovo la mano ma la superficie rimane dura e fredda. Anche qui porta una corona, ma le gemme sono opache e l’oro non luccica. Sia nel regno di Morfho che in quello di Ohfrom lei è una principessa ed in entrambi i regni il suo cuore è arido e la sua superbia enorme. Come mai lei, al di là dello specchio non cambiava? Se, come sembrava, il regno di Ohfrom era l’altra faccia dello specchio, lei avrebbe dovuto essere buona, dolce, altruista e generosa; perché Lara era sempre Lara anche nel suo riflesso? Solo il nome cambiava, ma non il cuore. Guarda fuori, il cielo è grigio e la pioggia incessante. Ecco! E’ questo ciò che lei ha sempre dato in cambio della bellezza della vita: tristezza, cattiveria, aridità, superbia. Ha solo sparso sale perché nulla di buono crescesse. Aral urla, urla tutta la sua disperazione perché ha finalmente capito di non aver mai vissuto. Cosa pensava che gli altri vedessero in lei? Regalità? Bellezza? Ricchezza? No! … Gli altri non vedevano niente perché non c’era niente da vedere. Non c’è niente al di là della superficie dello specchio solo il vuoto creato dal suo cuore freddo e meschino. Un dolore acuto la trafigge. Allora è questo che si prova ad avere un cuore? Si domanda guardandosi allo specchio, e finalmente capisce che se vuole tornare nel suo mondo Aral deve rimanere lì in quella stanza triste con la sua cattiveria ed il suo disprezzo per la vita degli altri e per il mondo intero. Lara è al di là dello specchio che l’aspetta, è tanto che l’attende, da una vita, ma solo adesso lo vede chiaramente.
Nel gelo di quella stanza sente dentro qualcosa di caldo che sboccia è il desiderio, vero e sincero, di cambiare, di essere diversa, di essere migliore. Un lampo squarcia il cielo e lei allunga la mano incerta e tremante. Questa volta la superficie si muove, è come liquida, la sente fredda e viva allo stesso tempo, ma non si ritrae. Con coraggio e speranza affonda la mano e vede scomparire il suo braccio fino al gomito. E’ un attimo, sente come se qualcosa le si strappasse dentro, come se qualcosa la dividesse in due. Lara va e Aral resta. Chiude gli occhi e trattiene il respiro. Un vortice la risucchia nel buio e poi violento la restituisce alla vita. Lara apre gli occhi e vede attorno a sé volti spaventati, preoccupati e poi vede Sapiah, la sua Sapiah che piange e mai visione le è parsa più bella. Sente la propria voce diversa, come una melodia, è la sua voce ma è come se la sentisse per la prima volta, e finalmente vede. Vede lo stesso specchio, ma fuori c’è il sole, l’aria dolce e profumata di fiori entra dalle finestre aperte e sente il canto degli usignoli. E’ a Morfho, nella sua bella stanza. Si alza e di slancio si getta tra le braccia di Sapiah e l’abbraccia piangendo e le promette che non sarà mai più come era prima, le promette che Aral rimarrà per sempre al di là dello specchio. Tutti sorridono ed applaudono e le si stringono attorno con un calore che Lara non conosceva ma che sente già di amare. Si volta verso lo specchio e vede i capelli tentacolari di Haipas che trattengono Aral che vuole uscire, ma è un attimo. l’immagine svanisce e sulla superficie lucida adesso si riflette il volto sorridente di Lara che viene abbracciata dalla sua dolce Sapiah.
Quanto infida e traditrice può essere la superficie di uno specchio, ingannevole nella sua generosa bugia, per quegli occhi che non sanno guardare oltre.





FINE



lunedì 6 gennaio 2014

SULL'ALTRA SPONDA



La pioggia bagna i vetri, scivola lentamente come lacrime sulle guance. Il cielo scuro non accenna ad aprirsi e non c’è niente all’orizzonte che prometta qualcosa di buono, proprio come nel nostro futuro, se vivere questa vita può voler dire avere un futuro. Siamo tutti molto tristi e ci guardiamo in faccia l’un l’altro con la speranza di qualcosa di diverso nello sguardo del vicino, ma sono tutti uguali i nostri sguardi, sono vuoti e profondi come pozzi neri avvolti nella nebbia. Piove ancora. Betta è la più angosciata, guarda fuori dalla finestra ma so che non può vedere niente, anche se a vederla così sembra che possa vedere tutto ed anche di più. Forse ascolta il ticchettio della pioggia, forse sta ascoltando una storia che solo lei può sentire, una storia tutta sua, solo per lei. Una storia, già ci avevo pensato. Mi guardo attorno e quelle facce spente di tutti i giorni mi sembrano più grigie, ma al contempo più vive, come se questa giornata così triste potesse renderle più luminose, più intelligenti. Non me la sento oggi di raccontare loro le solite storie, non sono certo le accetterebbero, sono convinto riderebbero di me ed allora il pazzo sarei io, con le mie storie assurde di gente che non esiste, che non può esistere e mai esisterà. Guardo fuori e la pioggia disegna sul vetro un volto. Mi sento venir meno, mi sento sciogliere ed ad un tratto mi sento nudo davanti a quegli sguardi così profondi, così angosciati. Con la mano faccio un gesto come per cancellare quel volto, ma è tardi, ormai lo hanno visto anche loro e per prima Betta, che lenta come il tempo si gira verso di me e mi fissa vacua ed interrogativa. Il volto è ancora lì e non accenna a svanire, me li sento addosso, sento le loro mute domande martellarmi il cervello o forse è la mia coscienza che bussa alla porta dell’anima. Deglutisco e sento il sangue fermarsi nelle vene. C’è un abisso dentro di me ed ovunque guardi c’è il buio e nemmeno uno spicchio di luce. E’ il labirinto.
Anche questa volta ci sono finito e non riesco ad uscirne. Corro, corro, ma non serve a niente, sbatto contro muri umidi e viscidi e scivolo sempre più in basso e non posso aggrapparmi a niente. Vorrei piangere, ma sono come una fonte arida, la gola mi fa male e gli occhi asciutti sono ruvidi come carta vetrata, la testa mi scoppia. E’ tutto inutile sento quelle domande scavarmi l’anima, non hanno pietà della mia follia, e nemmeno della loro. Sono esigenti, egoiste, non ammettono bugie, non danno requie, se vorrò salvarmi dovrò rispondere. Piove e quel volto è ancora lì, domanda cose che sa già ma che vuole sentire ancora per poter sopravvivere più a lungo, fino al prossimo crollo della mia mente malata. Ansante, sudato, stravolto, con la bocca spalancata avida di aria, assalito dall’odore di rancido e di muffa che mi entra nei polmoni come se fosse una linfa vitale, respiro scomposto, irregolare fino a che non sento che i tratti del mio volto si stanno rilassando. Sto tornando alla normalità. Non avrei mai voluto raccontare questa storia, fino ad oggi ci ero riuscito, perché quel volto mi era sempre apparso quando ero solo e lo avevo sconfitto, ma questa volta aveva voluto la rivincita e mi aveva assalito in presenza degli altri, e loro erano un pubblico esigente che non ammetteva dinieghi. Dal vetro sentivo quegli occhi trapassarmi, erano occhi belli e mostruosi allo stesso tempo. Scossi la testa lentamente, era la resa. Li vidi accomodarsi attorno a me come scolari diligenti ed il volto si mosse come ad approvare la mia decisione, i lunghi capelli che lo incorniciavano scattarono repentinamente e spaccando il vetro, come tentacoli minacciosi, mi vennero incontro bloccandosi all’improvviso sopra la mia testa, pronti a ghermirmi ad ogni più piccolo errore o tentativo d’imbroglio. Eppure una volta erano stati così belli, morbidi, dolci. Fu tanto tempo fa, o forse è successo ieri, non ricordo, qui il tempo non esiste. Lei era così bella. Aveva lunghi capelli neri e immensi occhi azzurri. Ogni giorno passava per il sentiero del vecchio mulino con la cesta dei panni sotto il braccio. C’era un ruscello e lei andava a fare il bucato. Non so quando si accorse che tutte le volte mi nascondevo dall’altra parte del ruscello e stavo a spiarla mentre lavava. Lei cantava ed era stupenda. Le note le uscivano da quella stupenda gola bianca e sembravano rimbalzare sulla superficie dell’acqua per finirmi sulla faccia confondendomi e facendomi affluire il sangue alle tempie con inaudita violenza. Non so fino a che punto lei sapesse l’effetto che mi faceva vederla con l’acqua fino al polpaccio e le sottane tirate sui fianchi per non bagnarle troppo. Il mio auditorio non era molto vasto, ma in compenso era molto esigente. Vidi i loro occhi accendersi, erano un po’ meno neri ed un po’ meno profondi, ma i capelli sopra la mia testa erano molto minacciosi, non volevano che smettessi di raccontare, nemmeno il tempo di riprendere fiato di tirare le fila, di capire, di non affogare nelle mie parole e soprattutto nei mie pensieri. Dovevo continuare senza smettere, come la pioggia fuori dalla finestra che impietosa continuava a flagellare i nostri animi oppressi. La pioggia. L’ho sempre odiata. Se pioveva lei non andava al ruscello ed io non potevo vederla. Quando pioveva facevo lavorare la mia mente e me la creavo, ma non era la stessa cosa. Diventavo stizzoso, irascibile, intollerante. 

Non potevo stare troppo senza vederla, senza sentirla. La sognavo sempre. Sognavo che m’invitava dall’altra parte del ruscello per aiutarla a lavare i panni, io glieli porgevo e lei mi sorrideva radiosa, ma quando mi svegliavo avevo in bocca un sapore amaro come dopo aver vomitato e stavo peggio di prima. Così, anche quando pioveva andavo al ruscello, mi nascondevo e aspettavo, aspettavo fino a quando l’angoscia non mi faceva correre via urlando con voce stridula la mia rabbia. Il sole poi tornava ed io tornavo a rinascere. Goloso la guardavo come un pasticcino proibito e lei non si sottraeva ai mie sguardi, fino a che un giorno mi resi conto che lei si metteva in mostra, si era accorta di me, dei miei sguardi nascosti. Mi senti assurdamente pieno di speranza, ero come folle mi sembrava che da un momento all’altro i miei sogni si sarebbero avverati. Ogni giorno sempre di più. Vedevo i suoi occhi sempre più spesso scivolare verso la mia parte del ruscello, nell’apparente distratta ricerca di qualcosa, vedevo il suo petto gonfiarsi più maliziosamente e sentivo la sua voce farsi sempre più melodiosa. Quei capelli così lunghi e lucenti, mossi dalla lieve brezza, sembravano chiamarmi sull’altra sponda, non erano duri e minacciosi come adesso, non sembravano serpenti velenosi, ma promettevano morbide carezze. Non so quanto tempo riuscì a resistere, so solo che un giorno mi avviai verso il ruscello con la precisa intenzione di attraversarlo ed andare da lei. Quel giorno lei non venne. Fu come una fucilata in pieno petto. Gridai, ne sono certo, e mi strappai i capelli e gli abiti per la rabbia. Mi sbucciai i ginocchi a forza di sbatterli a terra e corsi via per il viottolo pazzo di rabbia, con la bocca spalancata e gli occhi sgranati. Poi quella voce, la sua voce, mi bloccò dov’ero. Giungeva da lontano, forse portata dal vento, o forse era vicina e stava sussurrando. Mi guardai attorno attonito, poi lentamente mi avvicinai all’alta macchia di cespugli sulla destra del viottolo. A fatica, graffiandomi, giunsi al centro della macchia e la vidi. Era nel prato, al di là dei cespugli. Aveva attraversato il ruscello, era venuta lei dalla mia parte. Volevo chiamarla, dirle che ero li, ma all’improvviso da dietro un albero spuntò un giovane dai capelli biondi e ricciuti che ridendo le corse incontro, lei rise emettendo un gridolino e fuggì. Lui era bellissimo, sembrava un angelo e lei una dea capricciosa. I lunghi capelli neri si perdevano nel cielo terso, i suoi occhi brillavano come diamanti e la sua voce sembrava una cascata limpida e fresca. Rideva ed ogni volta che il giovane sembrava sul punto di acchiapparla emetteva gridolini acuti di finta paura. Non durarono molto, lui finì per afferrarla per una manica ed insieme caddero a terra e rotolando sparirono fra gli alti fili d’erba ed i papaveri che come rubini ornavano quell’immenso prato. La sentì ridere forte poi ogni rumore cessò ed io rimasi appeso a quell’ultima nota come un condannato che aspetti la sentenza della corte. Mi sembrò un’eternità poi si tirò su mettendosi seduta. Sorrideva radiosa con le guance arrossate. Si pettinò alla meglio i capelli e con mani lievemente tremanti si abbottonò la camicetta. Il giovane le fu al fianco e con l’insistenza di un ragazzino viziato continuava a sbottonarle i bottoni che lei aveva appena abbottonato. Rideva, la prese per le spalle e la tirò di nuovo giù. Fu troppo per me. Disperato e distrutto fuggì in direzione del ruscello. Volevo morire. Avrei posto fine al mio strazio. Mi sarei immerso lentamente nell’acqua fresca e poi in un attimo sarei stato più leggero, mi sarei liberato del mio corpo e puro spirito sarei stato uguale a tutti gli altri. Questa idea mi fece sentire meglio. Correvo; avevo passato la mia vita a correre dietro a sogni, speranze, promesse ed ancora non sapevo che avrei passato il resto della mia esistenza a correre e fuggire dai mie incubi dalla mia follia. Arrivai al ruscello ansante e trafelato. L’acqua era limpida, cristallina, era invitante, sembrava una bella donna, poi all’improvviso gli occhi di lei apparvero nell’acqua e si spansero fino a tingere tutto il ruscello di azzurro. Mi sentì debole, le gambe mi tremavano, caddi di schianto sull’erba umida e mi persi nei suoi capelli neri. Mi vidi al posto del giovane biondo. Le correvo dietro, lei rideva poi si girava e mi vedeva e sul suo bel volto l’orrore prendeva il posto della felicità. Gridava, gridava scappando e furono le sue urla martellanti a svegliarmi. Si era fatto buio, mi alzai tutto indolenzito. Ero svenuto, avevo avuto un incubo. Guardai l’acqua sperando di vederci ancora i suoi occhi, ma adesso era nera e minacciosa. Spaventato fuggì promettendo a me stesso che l’indomani sarei tornato per compiere il mio ultimo gesto, dovevo farlo di giorno, dovevo farlo illudendomi di affogare nei suoi occhi. Quella sera fu l’unica volta in cui mi sentì sereno e tranquillo. Mi sentivo un eroe ed ero certo che se lei mi avesse visto mi avrebbe amato. Non ricordo di essermi più sentito così bene come allora, nemmeno adesso che lentamente il buio del mio labirinto si sta sgretolando, adesso che mi sto liberando di un peso che mi tirava sul fondo più lugubre del mio abisso. Quella sera fu l’unica volta in cui posso dire di aver vissuto veramente, me ne rendo conto solo adesso, dopo di allora ho solo tentato di sopravvivere e non ci sono riuscito molto bene. Il benefico influsso di quella mia decisione mi fece sentire bene anche la mattina del giorno dopo. Mi sentivo vivo e normale e riuscì a mantenere quello stato di grazia fino a che non giunsi al ruscello. Non avevo rimpianti, non avevo paura. La mia incrollabile determinazione, però, s’infranse come un cristallo all’udire il suono melodioso della sua voce. Agitato e confuso raggiunsi il mio posto di osservazione. Lei era lì, con l’acqua ai polpacci e la gonna tirata sui fianchi che cantava lavando i panni. Era lì che gonfiava il petto e sbirciava di sottecchi verso la mia direzione. Mi sembrava che cantasse solo per me. In un attimo tutti i miei eroici proponimenti si dissolsero, mi persi a contemplarla e lentamente nacque in me un altro proponimento. Decisi che avrei attraversato il ruscello e che sarei andato da lei e con lei avrei lavato i panni cantando. Nel momento in cui formulavo questo pensiero mi trovai già con l’acqua alle cosce. Come in un sogno guadai il ruscello. Ero più a valle di lei, nascosto da alcuni fitti cespugli che si protendevano sull’acqua arrivai sull’altra sponda senza essere visto. Trovarmi sull’altra riva del ruscello mi fece una strana impressione, non l’ho più provata una sensazione come quella. Era il gusto della trasgressione, la forza della ribellione. Io sull’altra sponda? Era una sfida contro la logica degli uomini. Mi ritrovai a ridere senza capirne bene il motivo. Quel gesto mi aveva dato alla testa, mi sentivo ebbro, un eroe, avrei voluto che tutti potessero vedermi. Mi guardai attorno come se fossi approdato su di un altro pianeta, tutto mi sembrava diverso, più bello. Il colore dell’erba, dei fiori, del cielo erano più vividi e brillanti l’aria era più fina e più profumata. Euforico mi avvicinai verso il punto in cui lei stava lavando i panni. Il suono della sua voce mi guidò, ne avevo bisogno perché questa parte del ruscello non la conoscevo e mi sarei perso sicuramente senza la guida della sua canzone. Mi accovacciai dietro un masso, lei era ad una ventina di passi da me. Mi sentivo al settimo cielo. Lentamente, con l’audacia di un ubriaco, uscì dal mio nascondiglio e vi avvicinai. Aprì la bocca, che non smetteva di sorridere, volevo chiamarla, ma dalla mia gola uscì solo un orrendo suono inarticolato. Mi resi conto della differenza della mia voce dalla sua con orrore crescente. Lei si voltò. Sul suo volto il sorriso scomparve lasciando posto all’orrore, esattamente come nel mio sogno. Ad ogni passo che facevo i suoi occhi si sgranavano, iniziò ad arretrare lasciando cadere i panni che la corrente del ruscello trascinò via. Tesi le braccia e sorrisi tentando nuovamente di parlare. Anche questa volta riuscì solo a mugolare pietosamente e la mia bocca storta si aprì in un ghigno animalesco. Mai come allora avevo sentito la mia gobba pesarmi in quel modo, mi trascinava a terra facendomi procedere come un ubriaco senza equilibrio. La vidi sbiancare e la sua voce melodiosa si trasformò in un grido acuto ed affilato come una lama che mi trapassò il cuore scuotendo tutto il mio misero corpo. Cadde a sedere e freneticamente tentò di rialzarsi per fuggire, ma il fango della riva ed i sassi vischiosi le impedivano di farlo. Mi fermai a pochi passi da lei, tesi le mani contorte, ma lei si coprì il volto gridando. Gridava, gridava e parlava, con gesti concitati delle mani cercava di allontanarmi come si fa con i brutti sogni. Le sue parole mi ferivano il cuore, lo sentivo sanguinare. La guardai attentamente e non mi parve più così bella. La sua voce adesso era stridula e gracchiante, i suoi occhi, una volta così belli, adesso erano rotondi, arrossati e privi di magia. Tutto quello che sentivo era una rabbia crescente, un’angoscia profonda. Abbozzai un mezzo passo ma lei afferrato un sasso me lo scagliò addosso prendendomi alla tempia. Il dolore fu fortissimo, una scossa violenta che agì perversamente sulla mia mente sconvolta e malata. Urlai ed il mio grido la terrorizzò tanto che svenne. La sua reazione mi lasciò spiazzato. Non sapevo cosa fare. Adesso era di nuovo bella, le avrei donato il mio cuore. Volevo prendermi cura di lei, mi avvicinai e mi accoccolai al suo fianco. Con mano tremante le sfiorai la fronte, ma mi ritrassi subito. Un povero essere come me aveva sfiorato una dea, mi sembrava incredibile. Mi feci più ardito e le carezzai una guancia, sembrava di toccare il velluto, le dita, come animate da una volontà propria, scesero lungo quel collo stupendo e si fermarono su quella gola così morbida che creava quei suoni così meravigliosi. Ero felice, piangevo di felicità. Era bella la vita sull’altra sponda del ruscello. Potevo toccarla, toccare la mia gioia ed il mio tormento. La mia mano era ferma sulla gola, la sentivo pulsare, calda inebriante. Era viva e bella, al contrario di me, ma in quel momento mi sentivo vivo e bello anche io. Povera patetica creatura che voleva vivere una vita che non era la sua, come mi facevo pena, ma la pena è un lusso che gli altri non ci concedono, solo reclusione, repulsione, odio per la nostra diversità. Prigioni, solo prigioni nel mio futuro, ma in quel momento ero libero ed avevo realizzato i miei sogni. Lei si svegliò e nel vedere il mio volto deforme così vicino al suo urlò. Prigioni, pensavo alle prigioni in quel momento, non avrebbe dovuto urlare, quel suono scatenò la mia rabbia il mio rancore il mio odio sopito. Odiai la sua bellezza, la sua vita, la sua libertà. Sentì la sua repulsione come un alito pestilenziale sulla faccia. Strinsi il pugno con rabbia. Il suo grido si strozzò all’improvviso. Continuai a stringere e l’urlo si trasformò in rantolo, più stringevo più il rumore si affievoliva e le mie orecchie ed il mio cuore trovavano pace. Tornai a guardarla ed i suoi occhi spalancati mi trafissero l’anima con la loro fissità spenta. Non erano più belli, erano orrendi esprimevano tutto quello che aveva provato nel vedermi, mi ci specchiai ed ebbi paura della mia immagine. Allentai la presa, sul suo bel collo bianco spiccavano orrende le tracce rossastre delle mie dita. La bocca era spalancata in una smorfia affatto bella, sembrava la mia bocca contorta, era come me, repellente come me. Afferrai il corpo senza vita, era leggero, quasi inconsistente, lo immersi nell’acqua certo che nel giro di pochi minuti si sarebbe svegliata. Il tempo passava ma lei non si muoveva da sotto la superficie cristallina del ruscello, con i contorni del volto distorti dall’acqua mi fissava con quella faccia mostruosa contornata dai capelli che galleggiavano e sembravano tentacoli di una medusa. La paura per la mostruosità che avevo fatto mi aggredì all’improvviso, lasciai andare il corpo che lentamente fu portato via dalla corrente. Mi guardai attorno, quella sponda non era più tanto bella, era infida, insicura, cattiva. Mi gettai in acqua e non senza sforzo riuscì a raggiungere l’altra riva, la nostra sponda. Solo quando fui all’asciutto mi sentì sicuro, ma il rimorso e l’orrore per ciò che avevo fatto mi straziarono l’anima. Mi accoccolai e cominciai a piangere con singhiozzi disarticolati che sembravano quasi dei latrati. Fu li che mi trovarono, molto più tardi, quando ormai il sole era calato da tempo. 
Adesso non è più così buio, il mio labirinto è pieno di spicchi di luce ed i minacciosi capelli si sono lentamente ritirati, adesso ondeggiano dolcemente come quando stavano nell’acqua. Il volto si sta lentamente cancellando, anche la pioggia è cessata. Anche questa volta ho vinto io la battaglia, fino a quando non tornerà per vendicarsi di nuovo sarò libero dal mio incubo, non sarò più recluso nel buio di quel terribile labirinto e potrò trascinare il mio corpo deforme per i lunghi corridoi della nostra casa, sempre che gli infermieri mi facciano uscire da questa cella. Ho promesso che non attraverserò mai più il ruscello ho capito, ormai, quale fetta di modo mi appartiene, o meglio a quale fetta di mondo appartengo. 
Ho vinto, voglio uscire, queste pareti imbottite senza nemmeno una finestra mi opprimono. La crisi è passata, l’ho scacciata, fatemi uscire, sono rimasto solo, tutti se ne sono andati, anche Betta. Non voglio rimanere qui dentro da solo, adesso che ho raccontato la mia storia posso uscire. Mi guardo attorno e vedo la piccola finestrella sulla porta e due occhi che mi fissano. Sorrido. Adesso sto bene, fatemi uscire. La serratura scatta, due infermieri entrano, mi puliscono la bava che mi cola dalla bocca e mi slacciano questa assurda camicia che m’impedisce di muovere le braccia. Li guardo gentilmente e loro mi conducono fuori. Parlano tra loro e mi guardano preoccupati. Questa volta devo averli spaventati più del solito, questa volta è stato più difficile vincere, forse ho urlato più delle altre volte. Li guardo cercando di fargli capire che possono stare tranquilli, che adesso va tutto bene. Povere creature, sempre preoccupate per tutto. Tocca a me rassicurarle sulla mia salute. La bava continua a calarmi dalla bocca, ma passerà, sono ancora un po’ debole, ho solo bisogno di un po’ di riposo. Mi adagiano sul mio letto, mi rimboccano le coperte, sono gentili, lo sono sempre. Chiudo gli occhi e sento Betta e tutti gli altri accanto a me, li vedo, mi sorridono ed applaudono. Lo so è stata una bella storia, ma è troppo triste e raccontarla spesso mi fa troppo male, ed io non voglio tornare nella stanza dalle pareti imbottite, è troppo brutto. Fuori c’è il sole, fa caldo. I due infermieri uscendo parlano, dicono che è una settimana che non piove e che un po’ di pioggia farebbe bene alle piante. Sorrido tra me. Poveri pazzi, non si sono nemmeno accorti della pioggia che è venuta giù fino a pochi attimi prima. E’ proprio vero, da una sponda all’altra c’è un abisso e se devo essere sincero chi vive dall’altra parte mi fa un po’ pena, così legato alle cose futili e passeggere, legato alle apparenze ai sentimenti facili agli inganni. Noi che viviamo sull’altra sponda possiamo contare su sentimenti sinceri, stabili, sicuri. Non ci sono inganni, non ci sono apparenze, c’è solo una compagna sicura e fedele che non ti schernisce mai, solo a volte gioca un po’, ma ci vuole per rompere la monotonia. Povere creature non sanno che amica fedele e sincera sia la follia, ci guardano senza capire cosa perdono stando sull’altra sponda.
FINE


mercoledì 3 aprile 2013

UNA NOTTE AFOSA




Luce. C’è troppa luce in questa stanza così piccola. La mia mano nervosa cerca freneticamente l’interruttore e lo gira. Non ci vuole molto perché i miei occhi si abituino alla poca luce che filtra dalle veneziane tirate su. E’ la luce della città il suo cuore pulsante. Di giorno frastuono, di notte silenzio complice e traditore. Luci colorate che incantano il viaggiatore ignaro. Ma io non sono né un viaggiatore né tantomeno ignaro. Luci che ammiccano e mi chiamano, balordo tra i balordi. Come ero finito in quel buco? Guardo l’orologio che porto al polso. Un regalo avuto secoli prima, quando ancora facevo parte delle persone e non dei reietti. Sono le due di notte. Tardi per la gente che lavora, un’ora qualunque per uno come me. Insonnia. La mia compagna di sempre anche questa volta non mi ha deluso. Avevo provato a leggere ma mi era venuta la nausea ed il sonno non era arrivato. Conosco persone che usano sonniferi o magari droghe, io non sono il tipo, le cose devono accadere naturalmente e naturalmente il sonno sarebbe arrivato, se non oggi magari domani, magari mentre meno me lo aspetto, magari quando sono in bilico su un cornicione, mentre guido, mentre mangio, mentre prendo la mira per sparare. Fottuta città. Dicono che è una dea capricciosa che tutto prende. A me ha preso tutto, la dignità, i sentimenti, la ragione. Non ho più nulla da offrirle, eppure lei mi mantiene in vita, forse nel suo perverso meccanismo posso ancora esserle utile. Decido che è arrivato il momento di fumarmi una sigaretta. Allungo una mano e afferro il pacchetto che è sul comodino. 
Con gesto esperto ne faccio uscire una fuori l’afferro con le labbra e la tiro via. Cerco i cerini ma le mie dita incontrano l’accendino. Ero certo di averlo gettato, invece lui è lì ammiccante e complice. Bastardo pure lui. Il pollice scorre e la fiamma appare e per un attimo il letto la mia mano e la sigaretta prendono vita animandosi di un colore giallognolo e tremolante. Accendo la sigaretta poi mi rigiro l’accendino tra le mani e mi torna in mente una storia triste, una storia per la quale avevo deciso di smettere di fumare. Tiro una lunga boccata , il fumo invade la bocca sale e scende e mi annebbia il cervello. Chi non ha più dignità non è tenuto a mantenere le promesse, quindi posso fumare senza sentirmi colpevole. Ma io sono colpevole, lo sono sempre. Ancora una boccata e poi fisso la luce arancione del mozzicone. Promesse infrante. Sono la mia specialità. Anche la città è la regina delle promesse infrante e dei sogni spezzati. Dovevo fumare o quella notte non avrebbe avuto fine e sarebbe sembrata ancora più squallida e soffocante. Dalla finestra socchiusa non un alito di vento. Notte afosa. Notte fottuta. Il sudore mi cola sulla fronte, fastidioso e petulante come un insetto. Rumori rari e distanti vengono dalla strada. Voci lontane liquefatte dal caldo, stridio di gomme sull’asfalto. La città non dorme mai, al massimo si riposa. A quell’ora la città fa da cornice ai delinquenti alle puttane ed ai disperati, il mio genere la mia razza. Guardo di nuovo la sigaretta, tiro un ultima boccata e poi la spengo deciso nel portacenere. E’ facile spengere una sigaretta almeno quanto lo è spengere una vita. Entrambe bruciano velocemente e muoiono per mano dell’uomo. Stasera mi sento un poeta. Questa stanza mi da sui nervi, il caldo mi da sui nervi. Pigramente mi alzo ed al buio sbatto contro la sedia. Impreco. Barcollando cerco i pantaloni. Al buio mi vesto. Di solito ci si spoglia, magari mentre una bella donna, o semplicemente una donna, ti aspetta vogliosa nel letto. Ma non stanotte. Fa troppo caldo, sono troppo fuori di testa per sentire una tale necessità. Metto in tasca quello che mi serve. Non per tutti sono necessariamente le stesse cose. E’ soggettivo. Apro la porta e me la chiudo alle spalle. Il corridoio è caldo come la stanza e puzza di più ma mi sembra che sia più fresco, che mi faccia respirare meglio. Mi allontano da quella porta con un vago senso di vittoria. Ho preso la mia decisione anche per stanotte. Non male per uno come me. Esco dal portone e mi ritrovo in strada. Le insegne luminose delle pubblicità e dei locali equivoci non mi danno noia come quella della stanza. Sono ammiccanti, complici, mi salutano come vecchi amici di bagordi. Scuoto la testa. Il caldo da alla testa non c’è dubbio, ma io che la testa l’ho persa da tempo? Una cosa su cui riflettere, in effetti. Ma si riflette meglio davanti ad un buon bicchiere. Le mie idee migliori le ho sempre trovate nel fondo di un bicchiere o di una bottiglia. Non sono mai stato molto originale. In fondo al vicolo alla mia destra c’è un bar uno di quelli aperti ventiquattrore su ventiquattro. Le mie gambe sanno cosa fare, dove andare. Mi fermo davanti alla vetrina sporca e con l’insegna mezza fulminata. E’ aperto. Mi sarei stupito del contrario. Entro ed il barista mi squadra cupo. Sono solo un altro sbandato nella notte. Soldi facili. Non c’è molta gente. 
Due ubriachi che stanno smaltendo la sbronza dormendo riversi su uno dei tavoli e due papponi con le loro puttane. Sono giovani ma sfatte dal caldo e dalla stanchezza. Non è un lavoro facile il loro. Io le ho sempre rispettate. Sono donne forti e deboli al contempo. Un enigma che mi ha sempre affascinato. Una volta avevo una donna ed era mia. Adesso per avere una donna devo pagarla. Infondo tutte le donne hanno un prezzo e le puttane sono quelle più a buon mercato, ci sono donne che costano addirittura tutta una vita. Un prezzo spropositato ma che una volta ero disposto a pagare. Una volta. Mi siedo al bancone ed ordino un doppio whisky. Il barista si sposta pigro come se ogni movimento gli costasse il triplo della fatica. Le ventole sul soffitto del locale non producono alcun effetto. L’aria è così ferma e umida che nulla la smuove. Le vedo girare riflesse sulla superficie del bancone. Si muovono ma non accade nulla è esasperante, soffocante. Lentamente bevo il mio drink. Non mi aiuta, ma non ho trovato di meglio. Forse se esco e faccio due passi magari trovo quello che cerco. Getto i soldi sul bancone ed esco dal locale. Mi sento rallentato come una sequenza ad effetto di un film poliziesco di terza categoria. Infilo le mani nelle tasche sformate dei jeans e muovo un passo davanti all’altro. Sembra facile, ma in quel momento solo una forte concentrazione mi permette di farlo. A camminare s’impara da piccoli a barcollare lo si fa da grandi. Sbuco su una strada di cui non ricordo mai il nome e ad un centinaio di metri vedo un gruppo di balordi appoggiati ad un lampione. Mi avvicino e sento uno strano odore. Stanno fumando, ma non sono sigarette. E’ crack. Non si vergognano di farsi sul marciapiede. Non li spaventa nulla, nemmeno che possa passare una pattuglia. La notte è loro, la città glielo permette. Cerco di non guardarli e passo oltre. Fa caldo, troppo caldo. Non voglio guai stanotte, vorrei solo dormire. E poi la luce di quel fottuto lampione mi da noia, mi ferisce gli occhi ed i miei occhi sono stanchi e vorrebbero solo smettere di vedere almeno per un po’. Abbassare le palpebre e fottersene di tutto e di tutti. Fare finta che tutto vada bene, che tutto sia bello come in una stucchevole favola di Disney. So che non andrà così.  Faccio pochi passi e la voce impastata di uno dei balordi mi apostrofa in modo pesante. Non so perché un uomo che gira da solo di notte debba essere per forza un finocchio. Me lo sono sempre chiesto. A quel richiamo seguono urla, risate convulse ed un dettagliato resoconto di quello che vorrebbero fare con il mio culo. Continuo per la mia strada indifferente. Sono in quattro ed io sono da solo e non al massimo della forma. Forse se li ignoro loro ignoreranno me. Una cazzata. Io lo so, loro lo sanno. Sento rumore di passi in corsa. Mi fermo e mi volto. Sono fuori di testa ma non così tanto. Quello che mi è venuto dietro è giovane, ben piantato ha tatuaggi sul volto ed è rasato a zero. Davvero un gran brutto elemento. Mi dice che vuole che glielo succhi. Come faccio a dirgli che non è il mio tipo senza offenderlo? Lo guardo come se fosse un marziano e lui s’incazza. E’ evidente che il mio atteggiamento non gli piace. E’ fatto fino agli occhi è pericoloso e lo dimostra subito. Mi sferra un cazzotto violento allo stomaco. Arretro barcollando senza fiato, piegato in due. Sento le risate degli altri che si avvicinano. Il mio culo è a rischio, in tutti in sensi. Non è il momento di piangersi addosso, potevo farlo fino ad un attimo prima, adesso è un lusso che non posso permettermi. Ma sono stanco accaldato, annebbiato e senza fiato. Il secondo colpo parte e mi prende al volto. Cado a terra e sento il sapore ferroso del sangue che m’impasta la bocca. Nausea. Sto per vomitare ma devo resistere, posso farcela. L’apatia mi avvolge ancora nelle sue spire, nemmeno la paura la smuove. Sento male ma non come avrei creduto. Di nuovo quel fottuto film a rallentatore. Qualcuno mi afferra per i capelli. Il dolore pervade tutto il corpo come un’esperienza mistica. Mio malgrado sono costretto ad alzarmi. Davanti a me tanti volti, cento, mille. Metterli a fuoco non è facile. Poi mi accorgo che sono solo in quattro, i soliti quattro di prima. Menomale avevo creduto che si fossero moltiplicati. Sono davvero fortunato. Questi sopportano il caldo peggio di me. Con il dorso della mano mi pulisco il sangue dalla bocca ma lui continua a colare. Mi hanno mollato i capelli ma mi hanno circondato. Vogliono solo giocare. Chissà cosa credevo. Si avvicinano. Parte un altro colpo, alle spalle. Cado in ginocchio sul marciapiede e vomito. Ridono sguaiati. Cosa ci sarà di divertente a guardare uno che vomita? Un calcio mi colpisce sul fianco. Sono senza fiato, sudato e comincio ad incazzarmi veramente. Io ero uscito per camminare e non per discutere con chicchessia. Non ho voglia di discutere, l’afa non facilita le mie doti comunicative, sono sempre stato un disastro nei rapporti interpersonali. Volevo solo una fetta di notte da godermi in santa pace. Perché la gente pensa sempre che quello che va bene per lei debba andare bene anche per gli altri? Io sono uno che lascia agli altri la libertà di scegliere quello che vogliono fare, gradirei che anche gli altri facessero lo stesso con me. Mi alzo barcollando. Me lo lasciano fare, fa parte del gioco. Colpire un soggetto in movimento è più divertente. Sono d’accordo. Faccio profondi respiri fino a quando mi sento più saldo sulle gambe. Loro ridono e m’insultano. Davanti a me il tizio che mi ha colpito per primo. Barcollo esagerando il movimento, faccio finta di cadere e mi avvicino, poi all’improvviso scatto e gli piombo addosso. Serro il pugno e picchio. Il rumore della cartilagine del naso che si spacca mi da soddisfazione. Stranamente il mio braccio scatta rapido prima che gli altri reagiscano, l’ho colpito ben tre volte. Ha la faccia coperta di sangue e crolla a terra come un sacco vuoto. Non provo nulla, nemmeno dolore alla mano. E’ come se il mio corpo agisse da solo ed io me ne stessi da un’altra parte a godermi lo spettacolo. Una sensazione strana, brutta e pericolosa. La mia reazione li ha colti di sorpresa. Sono spiazzati, ma quando vedono il compagno cadere a terra si riscuotono.
Il loro orgoglio ferito li fa scatenare. Alla luce del lampione poco distante brillano le lame di affilati coltelli. Non mi stupisco. Era una logica conseguenza. Mi meraviglio, anzi, che non li avessero già tirati fuori. Urla ed insulti. Si danno la carica. Ho poco tempo. Affronto il primo e lo disarmo con un calcio. Mi chino rapido e raccolgo il coltello. Sono io così veloce? Da quando? Forse è perché il mio corpo lavora da solo mentre io guardo da chissà dove. Mi metto in posizione in attesa del nuovo attacco. Il combattimento con i coltelli non è mai stato il mio forte. Preferisco di gran lunga una bella Glock calibro 45, facile, pulita e veloce. Fa rumore, questo è vero, ma ti permette di mettere fine ad una discussione da distanza e senza sudare eccessivamente. E stanotte sto sudando come una bestia. Una cosa che mi da molto fastidio. Si fanno sotto, ma in quel momento l’ululato di una sirena squarcia il velo pigro e afoso della notte. Sembra vicina, sembra proprio che stia per arrivare lì. I tre teppisti superstiti si guardano in faccia, poi mi guardano. Ci stampiamo nella mente le nostre facce. Non si sa mai, magari potremmo anche incontrarci di nuovo. I coltelli spariscono nelle tasche dei loro pantaloni da rapper e si dileguano veloci come gazzelle nella savana. Faccio profondi respiri. La faccia mi fa male e pure le reni ed il fianco per non parlare del cuoio capelluto. Il coltello mi brilla nella mano. L’urlo della sirena si dilegua nella notte. La pattuglia è passata vicina diretta altrove, ma è bastata allo scopo. Guardo il tizio steso a terra. Begli amici. Lo hanno mollato alla mercé del nemico. Non ci si può più fidare di nessuno. Mi viene voglia di piantargli il coltello in gola. Farei un piacere alla città. Ma stasera non la sopporto e non mi va di farle un piacere, lei ultimamente non me ne ha fatti molti. Richiudo il coltello a serramanico e lo metto in tasca, non si sa mai. Mi avvicino al teppista e con grande soddisfazione gli sferro un calcio nel costato. Tanto per mettere in chiaro che non sono un finocchio e che non lo succhio a nessuno.Una notte di merda, una delle tante, e ancora non è giunta al termine. Cosa dovo aspettarmi? Mi allontano infilando le mani in tasca. Sento il pacchetto delle sigarette. Lo tiro fuori e ne prendo una. Di nuovo quel maledetto accendino, ancora la sua fiamma seducente. Il sapore del tabacco invade i miei polmoni. Veleno, suadente, come il bacio traditore di una donna. Faccio alcuni tiri socchiudendo gli occhi. Ha uno strano sapore, sarà il sangue che ancora m’impasta la bocca. Non è un bel connubio, ma aspiro con soddisfazione. Dopo una bella scazzottata ci sta proprio una sigaretta, esattamente come dopo una bella scopata. Vedo delle puttane appoggiate al muro, mi guardano ma non si muovono. Non devo avere un bell’aspetto. Nemmeno loro lo hanno. Forse avrei bisogno di un bella doccia fredda. Getto il mozzicone della sigaretta in mezzo di strada. Forse dovrei tornare nel mio buco, forse dovrei fare il bravo ragazzo e mettermi a letto. Forse. Passeggio pesante senza avere una meta. Magari arrivo fino al fiume e aspetto che arrivi l’alba. Magari nel frattempo trovo qualcuno che mi pianta una pallottola in fronte o mi apre la gola con un coltello. Magari era meglio se non lasciavo la mia Glock in quella fottuta stanza. 
Dicono che la grandezza di un uomo si misura dai ciò che ha fatto. Forse mi daranno una medaglia, forse un orologio d’oro quando andrò in pensione o forse daranno a mia madre una bandiera ripiegata ad arte ringraziandola per il servizio che suo figlio ha reso al paese. Ho perso il conto dei giorni. Sono come un detenuto in attesa del giorno dell’esecuzione. Il mio lavoro salverà delle vite, e permetterà a qualcun altro di farsi fotografare mentre stringe la mano al sindaco. Ma è il mio lavoro e lo so fare maledettamente bene.
Mi appoggio alla balaustra e guardo scorrere il fiume, pigro e maestoso. Anche lui sente l’afa della notte. Quando l’alba renderà argentati i grattacieli avrò alle spalle un’altra notte insonne e davanti a me un altro fottuto giorno da infiltrato. Infilo la mano in tasca e prendo un’altra sigaretta. Fanculo alle promesse. Quelle sono per i bravi ragazzi ed io non lo sono. 
FINE

venerdì 29 marzo 2013

LA CASA NELLA BUFERA




Mi fermai davanti ad un cancello elaborato piuttosto gotico, dietro si snodava un ampio parco che saliva lungo tutta la collina e sulla vetta, in parte celata dalla vegetazione, si notava la struttura della villa. Era imponente con due torri, una a ponente ed una a levante dall’aspetto cupo e vagamente sinistro. Non potevo certo vederle bene da quella distanza ma la mia immaginazione, foraggiata dalla stanchezza del viaggio, mi suggeriva che fossero decorate con terrificanti gargolle. Mi annunciai all’interfono, che era vicino all’ingresso ed una voce vagamente metallica mi chiesi chi fossi. Mi presentai e le porte del pesante cancello si aprirono lasciandomi passare. Come notai in seguito quel cancello automatico col citofono erano le uniche modernità che avrei trovato alla villa. 
Il parco era magnifico, perfetto ed ordinato, ma conservava, in alcuni suoi scorci qualcosa di selvaggio o forse di magico. Guidai con calma lungo la strada che era battuta e ben tenuta ma non asfaltata. Quando arrivai in vetta alla collina rimasi affascinato dalla struttura della villa. Era bellissima, opulenta, e con una maestosità decadente che la rendeva perfetta per il convivio al quale ero stato invitato. Un elegante valletto si curò di aprirmi lo sportello ed un altro di prendere i bagagli. Salì la larga e breve scalinata che portava al portone d’ingresso e varcai la soglia. Fuori il sole stava morendo, mi sarei aspettato di trovare all’interno un’adeguata illuminazione invece ovunque candelabri e lampadari di foggia antica con candele. Quella penombra tremolante e suggestiva non mi fece una buona impressione, forse perché ero stanco, o forse perché ho sempre avuto una forte predilezione per le cose chiare. Un altro valletto mi prese soprabito e cappello e il mio sguardo fu calamitato dall’imponente scalinata che conduceva al piano superiore. All’improvviso sentì come una folata gelida, mi voltai d’istinto, ma il portone era chiuso, allora tornai a guardare di nuovo la scalinata ed ebbi come la sgradevole sensazione che quella folata fosse stata il respiro della casa, un muto benvenuto che di benvenuto aveva ben poco. Mi detti dello stupido, ero già entrato nello spirito di quel convivio, eppure non ero mai stato un tipo suggestionabile. Scrollai la testa come a vuotarmela da certe sciocche suggestioni e seguì il maggiordomo che mi stava facendo strada. L’arredamento della casa era tutto in stile. Ovunque mobili di pregio e antiquariato, Sir Kokenaim non era certo il tipo da farsi mancare nulla, assieme a quell’antico maniero aveva di certo anche acquistato un po’ di atmosfera di mistero che di solito viene venduta solo ai veri intenditori. Il maggiordomo si fermò davanti ad una porta pesante e finemente cesellata. Da dietro si sentiva smorzato il suono di varie voci. Lui s’inchinò dicendomi qualcosa che non capì e solo allora gli prestai attenzione. Era un uomo di mezza età con la carnagione pallida ed occhi mobili e sospettosi che parevano guardarsi sempre attorno alla ricerca di qualcosa o qualcuno, che a giudicare dalla sua espressione, non doveva essere molto amichevole. Fui annunciato ed entrai nel grande salone. Era una stanza molto accogliente nei toni del bordeaux e dell’oro arredata in modo squisito e ravvivata da un enorme caminetto nel quale scoppiettava un bel fuoco. 
Eravamo alla fine di ottobre le giornate si erano accorciate e l’autunno aveva già steso il suo manto raffreddando notevolmente la temperatura. Al mio ingresso tutti si zittirono voltandosi a guardarmi. Nonostante tutto provai un certo imbarazzo. Ero uno scrittore, e quindi abituato alla gente, ai convegni, ad essere al centro dell’attenzione, ma quegli sguardi sembravano non essere né curiosi né gentili. Alcuni di quei volti li conoscevo altri no, cercai quello di Sir Kokenaim e lo trovai allegro e gioviale come sempre. Con la sua mole imponente mi venne incontro sorridendo ed a braccia aperte. I suoi baffi rossicci tagliati nell’antica foggia asburgica lo rendevano anacronistico ma terribilmente originale. Mi strinse con fervore, come se fossi stato il figlio tornato da un lungo viaggio, ribadendo, per chi avesse avuto ancora dei dubbi, che lui sull’etichetta e sulle formalità ci faceva una bella risata. 
- Caro, caro Marc!! … non vedevo l’ora che tu arrivassi!! 
Dopo quel caloroso benvenuto tutti ricominciarono a parlare e nessuno, almeno mi parve, mi guardò più con ostilità. 
Sir Kokenaim mi prese sottobraccio e mi condusse al centro della sala. Con la sua voce vagamente baritonale richiamò l’attenzione degli astanti e mi presentò 
- Questo affascinate giovanotto è Marc Donnerstag … il nostro ospite celebre, lo scrittore che sta scalando le vette di tutte le classifiche editoriali ed il cui libro sta per aggiudicarsi il titolo di Best-Seller dell’anno!! 
Ci fu un breve applauso che mi mise a disagio, poi Sir Kokenaim attaccò con le presentazioni. 
- Questo burbero ma volitivo signore alla tua sinistra è Jeff Malcolm, un chirurgo di fama mondiale e l’affascinate creatura al suo fianco è la sua adorabile consorte , Amy Malcolm – sentì che la sua mano mi dette una lieve strizzata al gomito era evidente che la Sig.ra Malcolm suscitava il suo interesse e se devo essere sincero anche il mio - Poi Sir Gontard il mio più caro e vecchio amico di bagordi – ci sorridemmo in modo amichevole visto che già ci conoscevamo – e la gentile e riservata signorina Ruth Stevenson la sua giovane nipote … E per finire il notaio George Kalden, persona di spicco in questo variopinto convivio. 
Le ultime parole le aveva dette con una marcata ironia, era evidente, poiché il notaio Kalden non spiccava affatto, né per aspetto, né per simpatia. Sembrava una specie di caricatura uscita da un romanzo di Charles Dickens. Era piccolo, un po’ ingobbito con la testa pelata fatta eccezione per una ridicola coroncina di capelli grigi ed aveva una pelle giallastra e lucida come se fosse stata fatta di cera e per finire sulla sua guancia sinistra spiccava una grossa voglia violacea. Una bocca diritta ed un naso aquilino completavano quella faccia per niente affabile. Non gli avrei affidato le mie scartoffie per tutto l’oro del mondo. Fra tutti il mio interesse era decisamente orientato verso Amy Malcolm, alta, bruna con un ovale di viso perfetto, occhi scuri e penetranti ed una bocca che era tutta un programma ed ovviamente le curve al posto giusto. Il suo ombroso consorte invece non era bello, massiccio e muscoloso con capelli biondi e folti ed una grinta che dava l’idea del tipo pronto a tutto per avere successo, denaro e potere ed a giudicare dall’abbigliamento e dai gioielli che indossava la moglie ci era riuscito pienamente. Sir Gontard lo conoscevo era un tipo affabile e simpatico anche se non molto loquace, asciutto e dal portamento elegante aveva capelli bianchi molto curati e due baffetti pronti a drizzarsi se qualcosa non gli tornava. La nipote invece non la conoscevo, ma non avevo perso nulla, era giovane ma piuttosto insipida, faccia slavata capelli biondi e lineamenti poco aggraziati. Si sforzava di apparire dolce ed elegante ma con poco successo, l’unica cosa degna di nota erano i suoi occhi di un azzurro incredibile, aveva un’espressione neutra che non lasciava capire cosa le passasse per la testa. Mentre mi ero attardato ad analizzare i presenti un cameriere aveva servito il tè. 
- Non gradisce il tè Sig. Donnerstag? 
Domandò la Sig.ra Malcolm, visto che non mi ero servito. Sir Kokenaim intervenne in mio aiuto 
- Il nostro Marc sarà di certo stanco per il lungo viaggio forse preferisce andare a riposarsi .. Vero? 
Tirò il cordone ed il pallido maggiordomo comparve 
- Samuel! .. Accompagna subito il Sig. Donnerstag nella sua stanza. 
Mi congedai dalla comitiva dicendo che ci saremmo ritrovati tutti per la cena. La Sig.ra Malcolm mi regalò uno sguardo piuttosto malizioso. 
Seguì il maggiordomo ed imboccammo la scalinata che al mio arrivo mi aveva tanto messo a disagio. Samuel reggeva un pesante candelabro e mi parve che la mano gli tremasse lievemente, forse era per il peso dell’oggetto. Anche nel lungo corridoio, dove giungemmo alla fine delle scale, c’erano solo candelabri una vera infinità. Il mio senso pratico mi fece tremare, tutte quelle candele erano pericolose sarebbe bastato veramente poco per dare fuoco all’intera magione, ma Sir. Kokenaim era un originale ed il fatto che fosse la vigilia di Halloween era un motivo più che sufficiente per tutta quella sceneggiata di candele e angoli bui. Ci fermammo davanti ad una porta ed il maggiordomo l’aprì e facendo un lieve inchino mi fece strada. 
- La verrò ad avvertire per la cena. 
E senza aggiungere altro scomparve con il suo candelabro. 
Mi spogliai e mi gettai sul letto, ero davvero stanco, molto stanco, esageratamente stanco. La stanchezza mi si era appiccicata addosso come un velo appena avevo varcato la soglia della camera una cosa strana sulla quale non ebbi tempo di riflettere perché caddi subito preda del sonno. Fu un sonno agitato dove le facce dei vari ospiti si sovrapponevano, li vedevo in abiti antichi oppure con gli abiti per la caccia alla volpe, che mi davano la caccia come se io fossi la volpe. Mi svegliai di soprassalto in un bagno di sudore. Erano le sette di sera. Stavo male mi girava la testa ed avevo una nausea fortissima. Bussarono e poco dopo il maggiordomo entrò. 
- La cena sarà servita a breve – disse inchinandosi 
- Mi scusi con Sir. Kokenaim e gli altri ospiti ma non sto bene e non cenerò. Lo rassicuri sul fatto che domani parteciperò alla caccia alla volpe. Una notte di sonno mi gioverà e domani starò di certo bene. 
Il maggiordomo mi squadrò con occhi preoccupati, ma non commentò. Si limitò a dire che avrebbe riferito il messaggio a Sir Kokenaim ed a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa. Lo ringrazia ma lo congedai desideroso solo di tornare a dormire. Il mio stato era perlomeno sospetto ma non sapevo a cosa imputarlo, forse la strana atmosfera di quella casa mi aveva suggestionato fino a somatizzare fisicamente quella suggestione. Mi ributtai sul letto e crollai in un sonno pesante e di nuovo agitato. Stavolta il sogno fu molto più spaventoso. La casa prendeva fuoco perché al centro del salone un gruppo di persone aveva allestito un rogo dove era stata legata una donna dai lunghi capelli grigi. La donna doveva essere una strega perché un uomo con paramenti sacri salmodiava con l’aspersorio in mano e lei urlava insultandolo e sputandogli addosso. 
Il prete aveva la faccia di Sir kokenaim e la strega sembrava Amy Malcolm ma non aveva la sua sfacciata bellezza. Il suo volto era devastato da una rabbia folle che la privava della sua avvenenza. Tra le fiamme s’indovinavano altre persone che non si capiva se ballassero o se fossero esse stesse preda del devastante morso del fuoco. Il sogno mi accompagnò per buona parte della notte ma poi si dissolse come nebbia e mi lasciò libero di riposare. Il mattino dopo fui svegliato alle nove e mi fu annunciato che la colazione era pronta e che potevo prepararmi per la caccia alla volpe. Con mio grande sollievo stavo bene, a parte un lieve disagio per il ricordo sfocato del sogno, per il resto era tutto scomparso ero fresco come una rosa. Entrai nella sala da pranzo dove stavano servendo la colazione e Sir Kokenaim mi venne incontro abbracciandomi con slancio 
- Carissimo Marc!! … Come stai? Ieri ci hai fatti preoccupare tutti quanti. 
- E’ tutto passato era solo stanchezza oggi sto benissimo .. Vi prego ancora di scusarmi. 
- Deve essere l’aria di questa casa o forse il fatto che oggi è il 31 di ottobre. – disse Amy Malcolm guardandomi con sguardo ammiccante. 
Fu una frase strana alla quale nessuno sorrise. Miss Stevenson sembrava una statua di cera, suo nonno accudiva la pipa con ostentata indifferenza ed il Sig. Malcolm mi guardava con occhi ostili, il notaio Kalden invece sembrava spaventato. Era calato un silenzio imbarazzante che Sir. Kokenaim interruppe proponendoci di fare colazione ed annunciandoci le coppie per la cacciata. Durante la colazione la conversazione languì fatta eccezione di qualche scambio di battute tra me e Sir Kokenaim. Mentre ci dirigevamo alle scuderie pensai che avrei preferito avere come compagno di cacciata Sir Gontard invece che la sua taciturna nipote, si prospettava una caccia piuttosto noiosa. All’improvviso una voce maschile decisamente alterata attirò la mia attenzione. Dietro una fitta macchia di cespugli il Sig. Malcolm e consorte stavano litigando. 
- Devi piantarla di fare la gatta morta con quello scribacchino di belle speranze!! – urlava lui - .. Mi stai facendo fare la figura dell’idiota!! 
- Oh!! Sentitelo!! – rispose lei ironicamente - … Sarei io a farti fare brutta figura? .. Ma se fai tutto da solo! Non hai certo bisogno del mio aiuto o di quello di altri!! … Il Sig. Donnerstag ha almeno il pregio di saper conversare, tu invece … Sei buono solo ad occuparti del tuo stupido lavoro!!! 
- Stupido lavoro!!! – s’inalberò lui - … Senza il mio stupido lavoro non potresti andare a giro agghindata come una regina e fare la civetta con gli altri uomini!!! 
L’alterco fu interrotto da un sonoro schiaffo che Amy Malcolm dette al marito, dopo di che si voltò e si diresse verso le scuderie piuttosto contrariata. Presi mentalmente nota di stare alla larga dall’avvenente signora Malcolm. Le pesanti mani del marito non sarebbero state un grazioso ornamento per il mio collo. La donna sapeva il fatto suo e non si faceva mettere i piedi sul collo, mi venne il dubbio che fosse lei quella fra i due che portava i pantaloni. Finalmente tutti eravamo pronti e la caccia ebbe inizio. La giornata non era delle migliori, non pioveva ma era nuvoloso e tirava un vento gelido che entrava nelle ossa. Provai ad intavolare una conversazione sul tempo con la mia occasionale compagna ma ottenni solo risposte monosillabiche. Cambiai argomento. 
- Sa per caso cosa ha in mente il nostro originale ospite per stasera? .. Tutte quelle candele sono certamente suggestive ma non le nego che mi mettano anche un po’ a disagio .. O forse è la casa - conclusi con una leggera risata che voleva essere d’incoraggiamento. 
Lei mi guardò con occhi cupi 
- No! … Non ne so nulla e sinceramente poco m’interessa … Acceleriamo il passo siamo rimasti indietro rispetto agli altri. 
E così dicendo spronò il cavallo lasciandomi piuttosto sconcertato. 
Finalmente la volpe era stata avvistata eravamo tutti lanciati al galoppo dietro alla malcapitata bestiola, quando l’eco di un improvviso ed inatteso temporale si fece sentire. Sir Kokenaim era davanti a tutti, lampi e tuoni si fecero più insistenti e le prime gocce arrivarono. Un lampo piuttosto basso fece innervosire i cavalli che si bloccarono arretrando, il tuono che seguì fu così fragoroso che lo sentì fin dentro al petto e coprì quello che a tutti parve un grido umano. La pioggia si rovesciò violenta. Eravamo tutti fermi e nervosi al pari delle nostre cavalcature. C’eravamo tutti tranne il nostre ospite. Alfred, il guardiacaccia, decise di andare a cercarlo per avvertirlo che era il caso di tornare tutti alla tenuta. Scomparve nel boschetto che era ad un centinaio di metri da noi. Dopo pochi minuti sentimmo, coperto dal fragore del tuono, il suono del corno da caccia. Compatti ci dirigemmo nel boschetto. Il più spaventato di tutti era il notaio Kalden, le due donne non parevano particolarmente ansiose. Sir Gontard che chiudeva la fila mi si avvicinò. 
- Ho un brutto presentimento – mi confidò – spero che il nostro amico non si sia cacciato il qualche guaio. 
Cercai di rassicurarlo, anche se in effetti nutrivo la sua stessa ansia. 
- Stia tranquillo Sir Kokenaim è uno dei migliori cavallerizzi di tutta la Scozia, non si farà certo mettere fuori combattimento da un banalissimo temporale o da un boschetto come questo. 
Finalmente sbucammo in una radura, stava diluviando. Scorgemmo Alfred inginocchiato a terra accanto al corpo di Sir Kokenaim. Ci affrettammo a scendere da cavallo e ci avvicinammo. Lo sguardo desolato del guardiacaccia non lasciava dubbi. La testa di Sir Kokenaim era appoggiata su un grosso sasso acuminato che, nonostante la pioggia, era coperto di sangue. Aveva gli occhi spalancati in un’espressione d’incredulo stupore, con mano tremante glieli chiusi. Sir Kokenaim era morto, certamente tradito dal suo cavallo che adesso era scappato chissà dove. Nonostante il furioso temporale riuscimmo a rientrare portandoci appresso il corpo del nostro ospite. Alla villa fummo accolti da un imperturbabile maggiordomo, nemmeno la vista del proprio padrone morto sembrava in grado di scuoterlo. La servitù si dette da fare composta e austera e così fu allestita una specie di camera ardente nella stanza di Sir Kokenaim. Il silenzio, l’incredulità e lo sbigottimento regnavano tra tutti gli ospiti. Ci riunimmo tutti nella sala con il grande camino, che adesso mi sembrava molto meno accogliente. Il più sinceramente addolorato, a parte me, mi sembrava Sir Gontard. Era stata ovviamente una tragica disgrazia, ma il modo in cui era successa mi metteva inquietudine, quel temporale era stato così repentino, troppo. La voce cupa di Sir Gontard mi strappò ai mie strani pensieri. 
- Io Vado da Sir Kokenaim, voglio stare un po’ con lui. 
Detto questo uscì dal salone scomparendo nel buio crepuscolare del corridoio. Nessuno aprì bocca. Per allentare la tensione preparai dei drink per tutti. Bevemmo in silenzio guardandoci come se ognuno di noi avesse chissà quale scabroso segreto da celare. Passò circa un’ora quando improvvisamente udimmo un grido raggelante seguito da un tonfo sinistro. I primi a scattare ed uscire come fulmini fummo io e Malcolm. Percorremmo il corridoio le cui ampie vetrate davano su un cielo cupo e su un muro di pioggia, era appena mezzogiorno ma sembravano già le sette di sera, ovviamente le onnipresenti candele davano al tutto un aspetto ancora più lugubre. Arrivammo ai piedi della scalinata ed avrei preferito non farlo. Sir Gontard era a terra ai piedi della scala in una posizione assurda e scomposta il suo collo era girato in una posizione innaturale chiaramente spezzato. Fummo raggiunti dalla servitù e dagli altri e fu in quel momento che un’idea folle mi passò per la mente. Schizzai come un pazzo su per le scale e mi precipitai nella stanza dei Sir Kokenaim. Spalancai la porta, ma lui era lì, immobile sul suo letto circondato dalle sue amate candele. Scoppiai a ridere in modo isterico. Quella maledetta atmosfera mi stava davvero dando alla testa, cos’altro avevo sperato di trovare? Ritornai ai piedi della scala piuttosto scosso. Nessuno di noi lo aveva gettato giù dalle scale, eravamo tutti assieme nella stessa stanza, o era stata l’ennesima disgrazia o era stato qualcuno della servitù. La nipote era svenuta, se ne stava occupando la Sig.ra Malcolm con alcune cameriere. Io, il guardiacaccia ed il maggiordomo, seguiti dal Sig. Malcolm, non potemmo fare altro che portare il corpo di Sir Gontard nella sua stanza ed allestire la seconda assurda camera ardente di quella allucinante giornata. Mi voltai verso il maggiordomo così fastidiosamente impassibile. 
- Perché polizia ed ambulanza non sono ancora arrivate? .. E’ passata più di un’ora. 
Il maggiordomo mi guardò come se avessi detto un’enorme fesseria. 
- Polizia? … Veramente non capisco .. E poi il temporale ha fatto saltare le linee telefoniche .. Siamo isolati. 
Quella notizia fu come una doccia fredda 
- Noi eravamo tutti nel salone.... Solo qualcuno della servitù può averlo spinto giù dalle scale. 
Malcolm annuì minaccioso. Questa volta il maggiordomo ebbe una reazione. La sua espressione si fece indignata, ma a rispondere fu il guardiacaccia. 
- Eravamo tutti in cucina a scaldarci ed a commentare l’accaduto, noi abbiamo sospettato di voi! 
Calò il silenzio, eravamo in un vicolo cieco, forse era stata proprio una disgrazia, ma mi riusciva difficile crederlo. In quel momento Ruth Stevenson fece il suo ingresso. Era pallida e stravolta, il viso rigato dalle lacrime, Amy Malcolm la stava sorreggendo. Il suo sguardo chiaro ci abbracciò sospettoso , come se la colpa della morte del nonno fosse stata nostra. Con voce tremante e rotta dal pianto ci cacciò tutti fuori dalla stanza dicendo di voler restare sola con il nonno. Mestamente uscimmo dalla stanza lasciandola sola. Tornammo nel salone dove il notaio Kalden ci aspettava pallido come un fantasma. Non era certo una bella situazione, isolati in una villa tetra in compagnia di due morti deceduti per cause a mio giudizio sospette. Pensai di arrivare al paese più vicino per avvertire le autorità, ma la bufera che si era scatenata violenta mi dissuase. Il villaggio più vicino distava una ventina di chilometri e la pioggia era così fitta da non far vedere ad un metro di distanza. Un suicidio. Amy Malcolm si alzò agitata. 
- Non mi è mai piaciuta questa casa, l’ho sempre trovata ripugnante! E tutte queste candele poi, una vera assurdità … Ma vi rendete conto di che giorno è oggi?!!! 
Il marito la guardò stralunato. 
- Cosa diavolo c’entra la casa? .. – urlò - .. Di cosa stai vaneggiando? .. Mica li ha uccisi lei quei due!! 
Lei si preparò un drink e lo guardò con occhi feroci 
- E cosa ne sai?!!! 
Stavano saltando i nervi a tutti quanti, era poco ma sicuro. La sparata di Amy mi era parsa teatrale e fuori luogo, però forse meritava una riflessione. 
- Beve qualcosa Sig. Donnerstag? 
Mi chiese affabile. Il marito la fulminò con lo sguardo. Decisi di defilarmi. 
- No, la ringrazio, faccio un salto in biblioteca. 
- Vengo con lei - disse pronta posando il bicchiere 
- Tu non ti muovi da qui!! – ringhiò il marito guardandomi con sfida. 
Senza perdere altro tempo uscì dal salone felice di lasciarmi alle spalle quella tensione insopportabile. 
Entrai nell’ampia e fornitissima biblioteca e mi sentì riavere. Non sapevo nemmeno io perché c’ero andato, ma quella frase di Amy sulla casa mi aveva messo una pulce nell’orecchio. Mi ero ricordato che Sir. Kokenaim mi aveva detto che con la villa aveva ricevuto anche un antichissimo ed interessante volume che raccontava la storia dell’antica magione. Mi aggirai incerto per la grande stanza, poi la mia attenzione fu attirata da un elaborato leggio intagliato a mano vicino ad una delle ampie vetrate istoriate. Aperto sul leggio c’era un antico volume dalle pagine ingiallite ma ben conservate. Lo chiusi e sulla copertina di cuoio finemente cesellato vidi riportato il nome della villa. Non potevo crederci avevo trovato alla prima quello che stavo cercando. Se non era fortuna questa. Sfogliai il libro con cautela, saltai la parte che riguardava l’architettura nei secoli, appresi però che la villa risaliva alla prima metà del XIII secolo. Continuando a sfogliare trovai quello che cercavo, e non mi piacque per niente. Uno dei primi proprietari della villa era stata una nobildonna che dopo la raccapricciante morte del marito fu tacciata di stregoneria. A nulla era valsa la sua posizione ed il suo denaro il villaggio, che sorgeva nelle vicinanze della villa, era insorto e capeggiato dal vicario aveva catturato la donna e dopo un processo sommario l’avevano arsa viva nel cortile della villa. La leggenda narrava che la donna prima di morire avesse lanciato una maledizione su tutti coloro che avrebbero posseduto la casa e che esattamente dopo 666 anni lei sarebbe tornata per riprenderne possesso. Correva l’anno 1324 il dì 31 ottobre. Spaventati dall’anatema gli abitanti avevano appiccato il fuoco anche alla villa che inspiegabilmente però non era bruciata. Da allora la casa era diventata maledetta. Ma con il passare degli anni la storia era stata dimenticata ed i più svariati appassionati di case antiche l’avevano comprata. La storia continuava dicendo che i vari proprietari precedenti erano morti nella villa per inspiegabili e fatali disgrazie. Mi si gelò il sangue. Mi ricordai che Sir Kokenaim aveva acquistato quella villa circa trenta anni prima ad un’asta, poiché gli eredi del defunto proprietario non avevano voluto saperne di tenerla. Rabbrividì e con mani tremanti contai i vari proprietari che l’avevano posseduta dal tragico rogo. 

In tutto erano stati ventidue e nessuno ne era rimasto proprietario per più di trent’anni. Contai rapidamente facevano ben 660 anni. Ma cosa stavo facendo? Ero forse impazzito? Erano solo leggende per spaventare gli sciocchi ed i creduloni. Mi cadde l’occhio sulla data scritta vicino al nome di Sir Kokenaim, il libro era una specie di diario che sembrava ogni proprietario avesse aggiornato. La data era il primo maggio del 1960. Contai di nuovo con il cuore in gola.
Facevano trenta anni e sei mesi esatti e quindi in totale 666 anni, ed oggi era il 31 di ottobre. Chiusi il libro di schianto tremando come una foglia. Mi allontanai dal libro come se fosse stato un animale pericoloso, mi voltai e con gambe malferme uscì dalla biblioteca. Mi detti dello stupido, era tutta suggestione, erano solo coincidenze, era solo la mia assurda paranoia. Mi diressi verso il salone ma vidi uno strano assembramento ai piedi dello scalone erano tutti lì, ospiti e servitù. Una goccia di sudore gelato mi scivolò lungo la schiena. Mi avvicinai invaso da un brutto presentimento. Amy mi venne incontro tirata e pallida 
- Abbiamo chiamato Ruth per la cena ma non ha risposto .. mio marito ed il maggiordomo sono saliti a vedere - mi strinse il braccio. 
Alzai la testa e vidi il maggiordomo sulla sommità della rampa, teneva in mano quel suo maledetto candelabro. La sua voce sembrava provenire da molto lontano ma capì benissimo ciò che disse. Salimmo tutti quanti ed entrammo nella stanza di Sir Gontard. Ruth era riversa sulla poltrona la bocca e gli occhi spalancati era cianotica come se fosse stata soffocata, ma sul suo collo non c’erano segni di strangolamento, lo avrei preferito, avrebbe voluto dire che avevamo a che fare con un assassino in carne ed ossa. Uscimmo lasciando alla servitù l’ingrato compito di comporre la salma nella sua stanza. 
Eravamo tutti con i nervi a fior di pelle. La bufera non aveva cessato un attimo, non era minimamente calata d’intensità. Ci guardavamo con sospetto, come animali in gabbia che sanno che presto verranno sacrificati. 
Jeff Malcolm mi indicò con dito accusatore 
- L’avete uccisa voi!! .. siete sparito per più di un’ora con la scusa della biblioteca e l’avete uccisa!!! 
- Cercate di controllarvi – risposi cercando di mantenermi obbiettivo - .. Sono davvero andato in biblioteca ed ho trovato un libro molto interessante che riguarda questa casa e la sua storia. Sembra che sia una casa maledetta! 
- Io l’avevo detto che questa casa non mi piaceva!! - sbottò Amy avvicinandosi a me. 
Kalden iniziò a tremare e Jeff Malcolm si avvicinò minaccioso. 
- Mi avete preso per un idiota? .. Adesso vi aggrappate alle streghe? .. Siete veramente patetico .. Non mi siete mai piaciuto!!! .. Andiamo in questa biblioteca e vi dimostrerò che non c’è nessuna strega e nessuna maledizione!! 
- Va bene!! .. – ribattei esasperato - .. Ma andiamoci tutti senza più separarci!! 
Uscimmo guardandoci in cagnesco e con sospetto, Malcolm e Kalden davanti ed io ed Amy appena dietro. Mentre camminavamo in silenzio lei si appoggiò al mio braccio, tremava, la sua scorza stava cedendo. Non volevo offenderla ma non volevo nemmeno che suo marito ci vedesse in quell’atteggiamento così equivoco, mentre stavo pensando a come fare a trarmi d’impaccio Malcolm si voltò e ci vide. Come una furia si scagliò verso di noi. Con una spinta gettai Amy di lato e mi buttai dalla parte opposta. Avevamo da poco superato un’antica armatura con tanto di alabarda. Arretrando me la trovai alle spalle. Malcolm si gettò su di me come una furia. Disperato e certo di soccombere davanti alla prestanza fisica dell’avversario mi accovacciai nel vano tentativo di scansarlo. Ci fu un rumore metallico e poi un rantolo che mi fece rabbrividire. Alzai gli occhi e vidi che Jeff Malcolm era rimasto trafitto dall’alabarda dell’armatura che inspiegabilmente era caduta in posizione di attacco senza che nessuno l’avesse toccata. Rimasi pietrificato a guardare quella scena assurda e macabra. Amy non piangeva, era solo sconvolta. Guardava il corpo del marito con occhi strani che mi spaventarono. 
- Vado a chiamare la servitù. 
Disse semplicemente e scomparve lungo il corridoio. Mi alzai malfermo sulle gambe, il notaio mi guardava atterrito e disse l’unica cosa sensata che potesse dire. 
- Non avremmo dovuto lasciarla andare da sola. 
Poi si avvicinò ad un interruttore 
- Non ne posso più di queste macabre candele .. Voglio un po’ di luce. A Sir Kokenaim ormai non importa più dell’atmosfera per la sua serata. 
Uno strano presentimento mi attraversò. 
- No!! .. – urlai – .. Non lo tocchi!! 
Kalden aveva la mano sull’interruttore e lo girò deciso nonostante il mio avvertimento. Una pioggia di scintille illuminò la mano dell’uomo. Kalden urlò senza riuscire a mollare la presa. Tremava come colto da una crisi epilettica, poi alla fine lasciò l’interruttore e crollò a terra fulminato. Non osavo avvicinarmi al suo corpo e fu allora che sentì dei passi in corsa mi voltai pronto ad urlare e vidi Amy venirmi incontro con la faccia pallida e stravolta. Vide Kalden e scoppiò a piangere e fra i singhiozzi mi disse che non c’era più traccia della servitù. Erano tutti spariti. Non sapevo cosa dire né cosa fare. Dall’interruttore andato in corto vidi spuntare delle fiamme. Afferrai Amy per un polso e la trascinai verso la scalinata. Mi voltai e vidi le fiamme divampare alle nostre spalle. Da qualche parte una pendola batté le ore. Come uno stupido, mentre correvo, mi misi a contare i rintocchi. Ne contai dieci. Mi bloccai di colpo. Com’era possibile se quando ero uscito dalla biblioteca erano appena le venti? Non potevano essere già passate due ore. Le fiamme ruggivano alle nostre spalle e davanti a noi le candele si erano trasformate in tanti piccoli roghi dove potevo vedere danzare la forma contorta di una donna dai lunghi capelli. Mi voltai verso Amy per chiederle se anche lei stesse vedendo quello che stavo vedendo io. Lei si era allontanata da me con occhi terrorizzati avvicinandosi pericolosamente alla parete alle sue spalle dove altre candele si erano trasformate in roghi. Le urlai di fermarsi e di tornare verso di me. C’era un caldo infernale. Lei fece un altro passo indietro e le fiamme le attaccarono i capelli. Urlai disperato togliendomi la giacca e gettandomi su di lei nel tentativo di spegnere le fiamme. Ma due lingue di fuoco si allungarono dalla parete e la ghermirono come due braccia attirandola al centro del rogo. 


Le fiamme divennero enormi e si agitarono come se al loro interno vi fossero due creature enormi che stessero lottando. Piangevo ed urlavo incapace di muovermi. Il fuoco era tutto attorno lo sentivo bruciarmi la pelle e togliermi il respiro, ma non c’era fumo. Mi resi conto che nonostante il fuoco la casa non stava bruciando. All’improvviso il rogo che aveva inghiottito Amy si spense, al suo posto una donna bellissima che aveva le sembianze di Amy ma non lo stesso sguardo. I suoi occhi erano completamente neri e sembravano profondi come pozzi. Arretrai terrorizzato. Lei avanzò come se fluttuasse. La pendola batté dodici rintocchi. Il tempo correva su binari a me sconosciuti. Allungò le mani aperte verso di me, poi con gesto secco le chiuse e le fiamme scomparvero all’improvviso. Tutto attorno tornò la normalità. Il corridoio illuminato dalla calda luce di centinaia di candele e fuori la bufera che ancora imperversava furiosa. Lei mi sorrise in modo agghiacciante. 
- Ben venuto nella mia umile dimora straniero .. sarò ben lieta di darvi riparo per la notte – mosse il braccio facendo frusciare il suo suntuoso abito di broccato e dal fondo del corridoio arrivò il maggiordomo con il suo immancabile candelabro - .. Stasera avremo ospiti mio caro Samuel preoccupati di preparargli la nostra stanza più accogliente … - 
Non riuscivo a muovermi o a parlare stavo sognando o era la realtà? Ero impazzito o ero precipitato all’inferno? 
Lei mi sorrise di nuovo raggelandomi. 
- Sono molti anni che un viaggiatore non passa da queste parti e si ferma chiedendo ospitalità … Per l’esattezza sono 666 anni .. un po’ troppi non trovate? 
- Perché io? – riuscì a domandare con voce tremante. 
Lei si avvicinò e mi afferrò per il collo con le sue lunghe dita fredde ed armate da unghie affilate. 
- Il sant’uomo che decise di mettermi al rogo si chiamava Padre Marc Donnerstag … Un tuo delizioso antenato … Un cerchio che si chiude … La mia adorata casa mi ha atteso paziente per 666 anni e mi ha donato il sacrificio di 27 vittime, tante quanti gli anni che avevo quando sono morta, ed il numero esatto di anime che servivano per riportarmi in vita … Ti regalo volentieri i miei 666 anni di prigionia .. Sei uno scrittore potrai documentarli come un bravo diarista. 
Le sue dita si serrarono attorno al mio collo ed io seppi di essere per sempre dannato e schiavo del suo nefasto potere. Scontavo sulla mia pelle le colpe di antenati di cui ignoravo l’esistenza. Non era giusto, ma era la notte di Halloween e tutto poteva accadere, anche che una strega tornasse in vita grazie ad una casa stregata persa dentro una demoniaca bufera. 


FINE