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martedì 12 marzo 2013

tormenta

avendola citata, non posso far altro che condividere con voi questo dono bellissimo che ho ricevuto, inaspettato,  una notte dal suo autore. ho aperto il file e le mie mani si son bloccate sulla tastiera  e mi è mancato il respiro e qualcosa mi si è aggrappato allo stomaco in un modo così potente che fatico a descrivere. la testa presa in un vortice e l'anima incrinata dalla bellezza assoluta del testo e dal graffio della voce di Giorgia perfetta nell'intento. così son rimasta per un tempo interminabile, forse per il resto della notte confondendo il mio spirito con quella tormenta, e così mi ritrovo ogni volta che l'ascolto , e non so sfuggire alla sua intensità.
grazie, Claudio, per avermi permesso la sua pubblicazione in questo spazio, e grazie per uno dei regali più belli che io abbia mai ricevuto.

lunedì 11 marzo 2013

Delirio alla Sour Cream

Notte fonda, la sour cream è pronta... ho mescolato panna, yogurt e succo di limone in una ciotola ed ho aspettato che il tempo facesse la sua magia... poche ore e wow! Eccola, densa e cremosa, avvolgente... pronta per preparazioni dolci e salate.
Avvolgente.
Questo aggettivo mi ha fatto venire in mente qualcosina da proporvi... l'ennesima chilometro zero, l'ennesima amica dalle caratteristiche vocali emozionanti.
Giorgina è una di quelle persone che non puoi adorare e che molto spesso vorresti strozzare. In altre parole: that's amore!

To Make You Feel My Love (Adele Cover) - Giorgia Tajè 

Enjoy :)

domenica 10 marzo 2013

Jim, l'Angelo Dionisiaco


James Douglas Morrison




"Egli va a vedere la ragazza del ghetto
scure strade selvagge
Una baracca illuminata da una candela
Lei è una maga
Profeta femminile
Fattucchiera
Vestita all'antica
Tutta agghindata
Le stelle
La luna
Lei legge il futuro nella tua mano"




Da giorni me ne sto qui a scrivere e scrivere fiumi di parole per dare un senso alla moltitudine di immagini che il nome di questo artista mi provoca ogni qualvolta mentalmente lo nomino..
Non pensiamo spesso a ciò che una parola scatena nella nostra mente, o almeno io non mi soffermo spesso a farlo, ma una semplice combinazione di sillabe, vocali e consonanti, può portarci al sorriso estatico o alla disperazione più cupa in un battito di ciglia.
Le nostre percezioni fanno si che a questa cosa, a quella persona, a quell'altro oggetto, noi associamo un'infinità di altre cose, persone ed oggetti.
Sto divagando ma avevo bisogno di far capire, a chiunque abbia voglia di leggermi, che questo scritto nasce dal cuore e non vuole assolutamente essere una noiosissima sequela di date, nomi, titoli, luoghi.. Questo vuol essere un " a tu per tu" sussurrato, come si farebbe di notte ad occhi spalancati mentre si parla senza troppi preconcetti con qualcuno a cui si tiene, sottovoce, mostrando l'anima spogliata di ogni infrastruttura.
Quello che mi ripropongo è un viaggio personale e mentale sulle emozioni che la persona prima ed il cantante e poeta poi, Jim Morrison, hanno indotto e prodotto nella sottoscritta.




Perché ciò che è indubbio è che ogni persona  si appassioni e viva ogni cosa in modo personale e assolutamente diverso..
Per questa ragione ho chiesto ad una persona che reputo dotata di una sensibilità fuori dal comune di  esprimere di getto un suo pensiero su Jim Morrison.
Lo ha fatto in modo esemplare donandoci una poesia che racchiude in se ogni tutta la poesia, la passione, la destrutturata melodia di Re Lucertola.



“La voce selvaggia
senza schemi,
senza strategie,
ti entra nelle ossa e le scuote dal midollo.
La voce profonda
sporca di passione,
ti attraversa l'anima
lasciando segni rossi al suo passaggio.
La voce del dolore
di una bellezza maledetta,
di una rabbia che non trova pace,
di un cuore che si rivolta contro se stesso.
La voce di un angelo acido che ci ha insegnato a volare.”


                                                                                                             Claudio   


Questi versi  di Claudio, straordinario come l’uomo che li ha composti, danno appieno senso a ciò che vorrei trasmettere al lettore, Morrison può essere stato amato o meno ma il suo passaggio non può rimanere invisibile, non può cadere nell’abusato baratro di canzoni ascoltate e dimenticate, Morrison è uomo, prima di un fenomeno consumistico ad uso e consumo dei suoi posteri, lui è stato James…


Il primo ricordo che associo a Morrison è un poster, una gigantografia di una delle sue più belle foto, appeso nella camera di mia cugina.
Ero  una bimbetta ma lo stesso mi sentivo particolarmente attratta dal suo sguardo e avrò forse avuto 12 anni quando orgogliosa di ciò che stavo per fare chiesi in prestito a mia cugina un suo libro: "i Signori, Le nuove creature".
Iniziai a leggere il primo libro di Jim la sera stessa e quel suo modo, per me a quel tempo, stranissimo di comporre poesie mi rapì ancor più della sua musica che già conoscevo piuttosto bene.
Inutile dire che me ne innamorai fin dalla prima pagina, e terminato il libro nacque istintivamente in me il bisogno di capire l’uomo, non tanto l’artista, il musicista o il poeta, ma l’uomo, che James Douglas Morrison era stato.
Perché l’icona rock degli anni ’70 morta in maniera tanto tragica mi calamitasse con tanta insistenza l’ho scoperto solo dopo una lunga ricerca nei meandri delle mie percezioni, nel mio intimo, nel sentito, voluto e cercato.
Identificazione, inizialmente fu così.

Mi rivedevo in parte in quel ragazzo, avevo letto la sua storia, sapevo come e perché era diventato il mito Jim Morrison, come la sua vita fosse stata un concatenamento di eventi e la sua anima inquieta mi sembrava comprensibile e per certi versi simile alla mia.
Osservavo quel ragazzo dai lineamenti tanto angelici quanto sofferti quando nei suoi concerti lasciava il conscio per dar sfogo alla sua voce interiore ed il suo viso diventava una maschera, i suoi occhi perdevano espressione e vacui osservavano e vedevano altri luoghi, altre persone, sempre in perfetto sincronismo con le atmosfere che la band suonava pigiando sui tasti o martellando magistralmente la batteria.
Come lui stesso ammise più volte i Doors iniziavano un pezzo, anche piuttosto semplice e nel bel mezzo di… lasciavano libero sfogo a se stessi e tutti prendevano ad improvvisare e ne nasceva poesia cantata, poesia sofferta e sentita.
Dell’uomo Jim ho sempre amato il lato melanconico, incompleto, triste, il voler capire, comprendere e cercare, ho amato le cose che lo affascinavano perché in certa misura sono le stesse che hanno sempre affascinato anche me.
Jim è per me lo Sciamano, lui che tanto aveva letto e si era documentato sull’estasi sciamanica apprezzava nei sciamani veri  il non avere un ruolo o un’età scontata, il non dover per forza di cose ricoprire un ruolo destinatogli da altri.
A loro Jim invidiava la capacità di vedere, la capacità di trasportare nell’istante stesso in cui si facevano trasportare dalla loro gente, in quel  momento necessario ed indispensabile per vedere prima e per raccontare ciò che hanno visto poi.
Ed è un po quello che Jim faceva nei suoi concerti quando incitava, aizzava, abbracciava idealmente, e non solo, le folle, non tanto per il gusto di essere celebrato come la star indiscussa del rock quanto perché bisognoso di quell’esperienza per raggiungere una comunione dei sensi.
Lui incapace di alzarsi e leggere i suoi scritti dinnanzi ad una platea silenziosa diventava davvero l’angelo dionisiaco capace di tutto quando davanti ad un microfono e con la band alle spalle intonava la prima nota dei suoi concerti.
Le sue canzoni null’altro erano che la sua poesia musicata.
Cantare lo rendeva sicuro, invincibile, protetto.
Poetare invece era un istinto inalienabile, un bisogno intimo, liberatorio ed al contempo di affannosa ricerca di se, del mondo, dei meccanismi umani, politici e sociali.
Pochi sanno che mai sarebbe diventato la star dei Doors se da ragazzo non si fosse a lungo rifugiato nei libri, nei grandi classici.

Il nome The Doors fu ispirato proprio da un verso di una poesia di William Blake: « Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe agli uomini come realmente è: infinita. », verso ripreso a sua volta da Aldous Hoxley  nel suo trattato sugli effetti della mescalina intitolato: “Le porte della percezione”.
Percezione, capacità di percepire, è esattamente questo che identificava James, e di questo lui ne faceva la sua dottrina.

Ciò che va detto è che ognuno di noi percepisce il mondo interno ed esterno in modi e maniere diverse, pochi, pochissimi, sanno trarne davvero frutto, anche se ad un osservatore disattento la loro percezione resta per lo più incomprensibile..
Per questo preferisco che parlino parole sentite e venute di getto da una penna che reputo percettiva come poche altre...
Un ultimo appunto il saper percepire è fondamentale quasi quanto saper poi condividere le proprie percezioni con altri..

“Oddio, che paura! Temo di aver scoperto qualche cosa che in me non va, che non funziona come dovrebbe funzionare.
Che qualche cosa non funzionasse nel modo giusto a dire la verità, lo ho sempre sospettato, ma credevo di essere solo un po' strana e non gli ho mai attribuito un gran peso.
Ma qui non si tratta più di alcune mie peculiarità, ma proprio di un mal funzionamento biologico.
Mi è venuto l'atroce dubbio che il mio apporto di glucosio al cervello non sia adeguato, non sia sufficiente.
E ora cosa faccio?
Chiamo il mio medico e gli racconto il mio sospetto e perchè lo sospetto?
Così invece che prescrivermi qualche esame, mi consiglierà di sicuro una visita psicologica, che non mi farebbe male, intendiamoci, ma di sicuro non servirà a sfatare le mie paure.
Da quel che ricordo Guenda è nata così, con una poca propensione a dedicarsi delle cose oggettive del mondo, poco interesse ad occuparsi della propia sopravvivenza e in ultima analisi anche dei rapporti con gli altri, mentre poteva incantarsi per ore ad osservare una luce o uno scintillio che aveva catturato la sua attenzione.
Il mondo di Guenda-bambina non è mai stato un mondo fisico, non un luogo, per lo meno, ma una specie di viaggio dove le “cose” si accendevano di luce propia, e brillavano e si manifestavano nella loro essenza più pura. Nulla ha mai preteso, però, di diventare qualche cosa di diverso da sè o di trascendere e prescindere dal loro esistere in quel luogo o quello spazio. Un bicchiere restava un bicchiere, una foglia, una semplice foglia... un suono, un suono.
Ma il bicchiere, la foglia e il suono mostravano tutta la potenza del loro essere assoluti.
L'infinito racchiuso nel finito.
Come se il mondo platoniano delle idee avesse abbandonato la regione assegnatagli e avesse permeato il mondo, e la stessa caducità del mondo, rafforzasse il concetto dell'”idea”.
Mio dio, quanta bellezza racchiudono le “cose”!
Così tanta che gli occhi fanno fatica a staccarsi, così tanta che si può arrivare a credere che non vi sia altro di più meraviglioso che star li ad osservare all'infinito.
Che il glucosio nel nostro cervello stia lì ad impedire che si impazzisca?
Che sia la nostra sentinella che trattiene l'anima fulgida dell'universo dal manifestarsi ed esplicarsi, semplicemente distraendo i nostri sensi? Semplicemente facendo si che il nostro interesse sia volto, appunto, ai problemi della sopravvivenza occludendo in qualche maniera i processi chimici del nostro pensare predisposti all'estasi?
L'osservare il mondo dentro al mondo non è un pensiero stravagante, almeno per alcuni...
I loro occhi vedono, le loro dita affondano la compattezza delle superfici andando a confondersi con le complicatissime architetture molecolari che costituiscono l'esistere, abbattendo i limiti segnati dai sensi, o forse, molto più semplicemente, riuscendo a spostare appena un po' i piedi da quella linea di terra e lo sguardo da quella d'orizzonte con cui i più sono abituati a pensare la prospettiva delle cose.
Non deve essere tanto difficile se Guenda-bambina sa farlo, se Guenda-donna continua ad indugiare in tali ammalianti visioni. Forse l'unica difficoltà è solo il saper tornare...”


un ringraziamento particolare ad Aldous Huxley
e al suo: “ Le porte della percezione”,
per questo mio farneticare.
Guenda"

Percezioni, infinite, bene inalienabile del nostro vivere. Lo erano sicuramente per Morrison, scrivere e riversare ogni complessa o frastagliata sensazione.
Scrivere come medianazione, ciò che il suo essere percepiva veniva riversato in centinaia e centinaia di taccuini nei quali scriveva senza posa, preso dall’impulso irrefrenabile di dar libero sfogo alle sensazioni.
Lo fece fino all’ultimo, fino a quando decise di dar fine alla sua vita da rock star idolatrata, amata, sostenuta e preferì seguire l’amata fidanzata Pamela a Parigi…pochi mesi dopo aver raggiunto la capitale francese Jim trovò la morte..aveva appena 27 anni.
Ma Jim ha lasciato, oltre ai mille dubbi che aleggiano sulla sua morte, molto altro: la sua poesia e la sua musica, il suo essere uomo.
Jim Morrison era innanzitutto un uomo con un passato e un trascorso di vita che ha dato indubbiamente origine ha molti percorsi che per sua scelta decise di seguire.
Non voglio entrare in merito  a questioni etiche o morali per il semplice fatto che voglio solo guardare quest’uomo come se mi fosse concesso farlo attraverso un vetro appannato o fumoso.
Non mi interessa sapere se è stato giusto o meno abusare di alcool o droghe, voglio immaginare Jim intento a raggiungere lo stato di incoscienza-coscienza medianica che gli sciamani si inducevano con il peyote e varcare il limite, ravvedendosi nello stesso istante del fatto compiuto.
Voglio immaginarlo ancora preso dalla sua scrittura, frenetico, con foglio intonsi mescolati ad altri scritti fittamente a mano che gli uscivano sistematicamente da ogni tasca…
Questo è l’uomo che voglio ricordare, un poeta per molti maledetto, attratto com’era dagli eccessi, dal superare costantemente i limiti, i propri limiti in primis, ma pur sempre un uomo. James appunto.


Voglio ricordarlo con una delle sue poesie che svela, al pari di altre, la sua natura e che è tra le mie più care:


 Nella seduta spiritica lo sciamano conduceva.
Un panico voluttuoso, deliberatamente evocato attraverso droghe, canti, danze, sospinge lo sciamano nella trance.
Voce mutata, movimenti convulsi.
Egli agisce come un ossesso.
Questi isterici professionali, scelti proprio per le loro tendenze psicotiche, erano un tempo tenuti in gran conto.
Essi mediavano tra l’uomo ed il mondo degli spiriti.
I loro viaggi mentali formavano il punto cruciale della vita religiosa della tribù.




                                                                                                                          
Un particolare ringraziamento a Claudio e Guenda per aver voluto condividere quest'esperienza, per me bellissima, con me. Reb.

venerdì 8 marzo 2013


L'8 Marzo non è una "festa", ma una celebrazione per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo.
L’energia, il talento e la forza delle donne rappresentano la più grande, e non ancora del tutto riconosciuta, risorsa del genere umano.
L'intento di questo articolo è quello di sottolineare la capacità dell’arte di avvicinare le coscienze: non esistono differenze di genere che tengano, solo la certezza che il “mistero donna”, così come lo ha più volte chiamato Freud, è solo una scusa per non smettere mai di indagare e cercare nelle anime la loro espressione più alta: "l’ispirazione artistica". 

Anche quest'anno in Italia si terranno numerosi appuntamenti volti a celebrare questa ricorrenza con mostre, spettacoli ed incontri dedicati al mondo femminile.

mercoledì 6 marzo 2013

AL DI LA' DEL SOGNO ......




sintagmatica-piesse.blogspot.com

Plic, plic  un rumore fastidioso e costante. Gocce che cadono, nel silenzio ovattato della stanza quasi un suono assordante. Sogno o realtà? Sono nel limbo, non discerno. C’è qualcosa di pernicioso che m’inchioda sul letto. Vorrei alzarmi, muovermi ma è come se braccia vischiose mi trattenessero. Come se avessi la febbre, la testa pesante, il respiro affannato. Sento che potrei rimanere lì per sempre. Il corpo è debole, non reagisce. Ascolto. 
Non ci sono rumori, almeno non eclatanti, solo quel gocciolio fastidioso. Devo alzarmi e farlo smettere. Poi arriva un profumo, è portato dal vento. La finestra è aperta? Mi sembra di vedere le tende svolazzare, un profumo fragrante di gelsomino. Mi piace il gelsomino, adoro le spalliere profumate che si trovano per strada a nascondere giardini. E’ primavera eppure sento freddo, che strano, non dovrei, sono a letto sotto le coperte. Ancora profumi, strani, contrastanti. C’è qualcosa che appesta l’aria.
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Maledetto sogno, perché non mi fai svegliare? Sento le gambe pesanti, cerco di muoverle e cado. Cado all’infinito come se sotto di me si fosse aperta una voragine. Da bambina mi capitava spesso di svegliarmi di notte affannata, spaventata dalla caduta nel vuoto e di ritrovarmi legata dalle coperte, in posizioni scomposte. La stessa sensazione terribile, solo che adesso la caduta sembra non voler finire più, non mi sveglio, allora forse non dormo. Sogno o realtà? 
La stanza sembra avere una prospettiva diversa, la luce è rarefatta, le immagini sfuocate. Sono dentro una palla di vetro e qualcuno mi sta guardando? A breve la rovescerà ed io cadrò di nuovo. 
Plic, plic ancora quelle maledette gocce, le sento come se scivolassero fuori dal mio corpo dalla mia testa. Una tortura. Sento dei rumori ovattati. Passi? Chi c’è? Una volta ho sognato che qualcuno camminava nella mia camera e si sedeva sul letto. Ho visto il suo volto ho sentito le coperte tirarsi. Sogno o realtà? Era così reale, ho avuto così tanta paura, incontrollata. Panico, ho scoperto cosa fosse il panico. Un pianto dirotto, singhiozzi come fucilate. Adesso provo paura? Non lo so, sono confusa. Un respiro, è il mio? Ancora il gelsomino. Ho bei ricordi legati al gelsomino. Ricordi di bambina, di corse nel sole, di giochi in giardino, di passeggiate per la mano. Adesso però il suo profumo ha qualcosa di strano, di duro di ferroso. Non è gentile, sembra quasi minaccioso.
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Devo alzarmi, ma mi sento stanca, pesante. Nella testa un ronzio. Penso. Sono tanti i pensieri che affollano la mia mente. Vanno avanti ed indietro come un treno impazzito, il treno della memoria. Si soprammettono, si accavallano, come bambini capricciosi che corrono spintonandosi per arrivare primi. Non dò la precedenza a nessuno. Come Ofelia galleggio, nel fiume della memoria e lascio che vengano a me con la loro storia. Non sono tutti ricordi miei, alcuni sono presi in prestito, ma così familiari da essere parte di me. Il profumo del gelsomino li avvolge come una fragranza amata, come il profumo di una persona cara che persiste nella memoria che spesso è olfattiva. Ho ricordi che profumano, sono quelli che emozionano di più. 
Fruscii sconosciuti mi circondano, la tenda si solleva, si gonfia come una vela, la guardo e non capisco perché mi spaventi. Plic, plic suono monotono e martellante, mi sfibra, mi snerva, mi fa impazzire. Vorrei urlare, ma qualcosa m’impedisce di farlo. Ogni mia funzione è inibita, come un computer rotto che non vuole funzionare. Nessun suono esce dal mio corpo, nessun movimento. Respiro? Forse. Sicuramente ascolto, annuso, vedo ma tutto in modo strano, come se fossi un essere soprannaturale, che ha i sensi sviluppati oltre l’umana comprensione. Vedo fuori e dentro di me, e quello che vedo non mi piace. Ci sono ombre, tante. 
Rammarico, delusione, rabbia. Il lago delle occasioni perse, un lago immenso e pericoloso, con sponde viscide e scivolose ed un fondale di melma che ti agguanta e ti tira giù. Non mi piace, eppure lo guardo affascinata. Tutto quello che avrei voluto e che non ho potuto. La nave del rimpianto lo solca e mi sorride il suo nocchiere. Plic, plic forse le gocce alimentano quel lago scuro e denso, per questo non smettono di cadere. E’ troppo tardi per rimediare, una parte di me lo sà, è quella vigile o quella che dorme? 
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Un dolore smanioso mi pervade, sento freddo adesso, più di prima. L’energia defluisce dal mio corpo, forse è lei che forma quelle gocce incessanti ed ossessionati. Vaneggio? Di certo non sono in questa dimensione, sono proiettata in qualcosa che non comprendo e che mi spaventa, qualcosa al tempo stesso familiare e sconosciuto. Quella parte del nostro cervello che lavora senza che noi lo sappiamo e senza che possiamo beneficiare del suo prodigioso prodotto. 
Un bagliore mi colpisce, una lama di luce che entra nella stanza e che mi fa tremare. E’ da lì che tutto è iniziato, da quel bagliore. Adesso mi sembra di ricordare, forse. Un dolore acuto, lacerante. Un suono raccapricciante. Qualcosa che si tende e poi si strappa. Vorrei che fosse la tenda, ma non lo è, adesso sò che non lo è. Ancora quei passi, soffici, accennati, come se carezzassero una superficie invece che calpestarla, come in quel sogno.  
Ho sempre pensato che fosse più terribile vedere che immaginare, adesso non né sono più sicura. Cosa è successo? Lo immagino o lo vedo? I ricordi sono confusi. Vedo nitide le immagini remote e confuse quelle recenti. Dovrebbe essere il contrario, oppure è un nastro che si riavvolge e ripassa lento mostrandoti cose vecchie come nuove. Scene di un film che è tanto che non vedi e che adesso ricomincia lento con una nuova regia, ma con la stessa sceneggiatura e gli stessi attori. Mi viene da sorridere. Adesso capisco molte cose, forse troppe. Un gorgoglio mi distrae. Da dove viene? Il mio corpo gorgoglia o forse è una risata sommessa, raccapricciante. 
Voglio svegliarmi! Questo sogno non mi piace, chi ha deciso che devo sognarlo? Non io, forse il mio inconscio. Cosa nasconde? Cosa si cela sotto le pieghe della nostra anima? Orrori inconfessabili, cose che possiamo solo sussurrare di notte nel porto sicuro del nostro letto. Non ho mai avuto paura di sognare ma questa volta sì. Voglio smettere, voglio aprire gli occhi e spalancare la finestra per respirare il profumo di gelsomino. 
Plic, plic le gocce mi dicono che non posso, quando finalmente cesseranno di cadere anche il sogno cesserà, ma sarà tardi ormai. Sento le coperte tirarsi, qualcuno si è seduto sul letto. Panico. Forse è venuto per svegliarmi o forse è venuto per dirmi che è ora di dormire, per sempre. Di nuovo quel bagliore, un riflesso su una superficie infida e fredda. L’odore del gelsomino è scomparso sento solo un odore nauseante ed una sensazione di calore che sfugge, che fugge. Mi vedo riflessa su quella superficie così piccola ma infondo così grande. La vista è appannata ma non abbastanza per non vedere il mio volto con lo sguardo sbarrato. 
Plic, plic gocce del colore del cinabro scivolano da quella superficie e cadono perfette in una pozza che si perde da qualche parte che non posso vedere. Ne sento l’odore nauseante e adesso ne sento anche il sapore, ferroso, denso, vischioso. 
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La vita fugge scivolando sul profumo del gelsomino, portata via dal vento che gonfia le tende. Non sono sola nella stanza, adesso lo sò con certezza, lei è lì che mi guarda e scuote la testa. Non hai capito nulla, sembra dirmi con amorevole compassione, come una madre davanti al figlio imbranato. Ti sei persa tra sogno e realtà e non hai capito che la vita stava fuggendo. Si avvicina e mi tende la mano. Ecco adesso sono pronta per alzarmi, finalmente posso andare, finalmente le spire di quel letto mi lasciano libera, libera di viaggiare in un mondo dove sogno e realtà sono la stessa cosa, dove tutto è possibile, dove ieri è oggi, dove il domani non esiste. 
Plic, plic finalmente le gocce hanno smesso di cadere, finalmente la pace, finalmente posso smettere di pensare, i mie pensieri non fanno più rumore, prima ne facevamo molto, anche troppo. Al di là delle tende smosse dal vento vedo una luce che da sfuocata diventa sempre più nitida è la mia luce, non posso perderla, assolutamente. Il profumo del gelsomino si fa così intenso da stordire, non lo sentirò più, solo un attimo, il più intenso prima di sparire per sempre in quella luce. Silenzio. Prima di un passo importante c’è sempre silenzio. Come quando l’acrobata si appresta ad un triplo salto mortale ed il pubblico trattiene il respiro. Silenzio. Un dubbio mi assale, e se fosse soltanto un sogno ......................?


www.gizmondo.it




domenica 3 marzo 2013

NEL MIO MONDO DEI SOGNI 3



 COME RICORDARE I SOGNI?

6 passi verso i sogni..



Per stimolare la nostra mente a ricordare i sogni è necessario comportarsi come se "sapessimo fare".



venerdì 1 marzo 2013

La vestizione della sposa

Stamattina ho deciso di svelarvi qualcosa di me...ed ho deciso di farlo attraverso le parole di una canzone che scrissi anni fa, ispirandomi al dipinto surrealista La Vestizione Della Sposa di Max Ernst.



Indossi un oracolo,
un demone, un sogno,
uno sguardo che collega l'uomo all'animale.
Sei così bella.
Sei pronta per riflettere l'enigma di ogni donna,
per generare silenzi in cui annegare,
con discrezione